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venerdì, giugno 26, 2009
Torno a scrivere di ospedale, perché in ospedale ci sono tornato.
Ieri il filo è stato ben tirato da qui alla finestra, fin oltre il vetro, che uno pensa che le gocce di pioggia ci provino gusto a cadere perché almeno da qualche parte finiscono, mentre noi ce ne stiamo qui a vivere senza sapere realmente fin dove si andrà a finire, e soprattutto se si finirà.
Poi scopri che ci sono i cortili degli alberi parlanti, e ci sono persone che si siedono di fronte a te, ti raccontano una loro storia, che magari è una delle loro storie, e te li ascolti, perché di fatto te il tempo per ascoltare non te lo concedi mai, e quindi quando finalmente dedito all'ascolto, te ne accorgi, indossi questa cosa, un po' come quando sali sulle montagne russe dopo la prima discesa, mica puoi più scendere.
Ieri R. ha detto che nella bolla di sapone ci voleva mettere il suo ritorno in Colombia. Vedi, uno che c'ha 8 anni, ha subito un'operazione mica da ridere, e sa già dove vuole andare. Sta di fatto che io e la Cannuccia avevamo portato con noi un'amica, Lorena, medica senza frontiere (sticazzi), e pensa te, pure Lorena è nata e venuta e tornata e partita e capitata in Colombia. E allora ti ritrovi davanti ad un letto di ospedale in cui c'è uno di 8 anni che parla in spagnolo con una un po' più grande che ha guarito gente in giro per il mondo, entrambi lì per un filo che parte da qui arriva fino alla finestra, evita gocce di pioggia a caduta, e arriva a scoppiare un'altra bolla di sapone in un'altra stanza di ospedale dove c'è un bambino che vorrebbe tornare in Italia a mangiare almeno la pizza ma il cuore non glielo permette.
Te pensi te che vivere sia tutt'uno con la tua vita.
In realtà no.
Dottor Cirillo
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