|
giovedì, luglio 31, 2008
Lettera a 'Baristo.
Scrivo qua, uomo, perché ci sono delle cose da mettere in fila.
Ed è su questo bianco verticale che ultimamente riesco a mettere in fila meglio quello che fuori stanza mi appare fin troppo in disordine.
Come al solito hai fatto scelte che ti assomigliano.
Te ne prendi cura, le tieni strette, ti stupiscono ancora.
Non si parla mai io e te.
Mai una volta che mi telefoni. E neanch'io.
Mai una volta che vieni a trovarmi. E neanch'io.
Mai una volta che decidiamo di incontrarci solo per noi.
Tipo quella volta che da Vicenza mi hai portato a Padova e poi siamo andati vicino a Verona da quella tua amica che aveva la casa editrice.
O quella volta che siamo andati a mangiare cinese a metà strada, che conservo ancora la ricevuta.
E non riesco mai a dirti tutto.
Magari fossimo in qualche pellicola adolescenziale, in cui ci si dice tutto in pochi minuti, su un divano o sotto un albero in un giorno estivo!
Magari fossimo la parte centrale di un libro, che arriva all'improvviso, ma tanto sai che prima o poi doveva arrivare, in cui i protagonisti si raccontano tutto quello che l'autore del libro non è riuscito a descrivere in più di dieci capitoli!
Magari fossimo in una strip domenicale, quattro vignette, e tutto quello che si doveva dire finisce in bocca a un bambino pelato e a un bracchetto!
Invece no.
Noi ci salutiamo, ci regaliamo un abbraccio, poi ci perdiamo per le ore successive nelle nostre stronzate, poi ci ritroviamo, ci salutiamo, te mi dici "ziotreno che magro!", io ti dico "non è vero", poi di nuovo "ciao", e alla fine son qua che penso da giorni che forse qualcosa dovevo dirtelo.
E allora, prendila così, alla Battisti, questa lettera pubblica.
So che parti dopodomani.
So che arriverà prima il domani che il dopo.
E questa volta non ci sarò mica.
Adesso che avevamo persino condiviso la stanza da letto.
E che se ti scrivo una lettera, tipo te la trovi una settimana dopo mentre pulisci per terra.
"Facciamo una magia?", mi bisbigliava sempre una persona.
E io queste parole te le giro, copia carbone, te le nascondo nella tasca dei jeans, sperando che tu non le perda. La mia però non sarà una domanda, ma un'esclamazione. Rivolta a te e ai tuoi compagni di viaggio, che quest'anno si metteranno alla prova più che mai.
"Fatela una magia!".
Te che non ti sei mai abituato a costruirle le magie, che sai stupirti ancora per quanto ti accade, che non hai mai mollato perché ti hanno dato il disordine e la leggerezza come responsabilità, quando sei nato. E piangi tanto, anche sotto i tavoli. Tirali fuori, questi clown, falli anche incazzare, prendili alla sprovvista, sia nella buona, sia nella cattiva sorte. Non lasciare che si addolciscano, e se si arrampicano da qualche parte, lasciali lì che imparino a scendere.
A te, che mi hai insegnato a mettere le mani tra i capelli dei bambini.
Mi mancherà l'aria indiana respirata attraverso la gomma rossa.
Mi mancheranno i miei pianti solitari, il rumore dei miei piedi sul palco, le mani che non ti lasciano mai in pace.
Mi mancherà parlare, semplicemente, con quei bambini e quei ragazzi.
Al di là di tutto.
Mi mancherai quarta India.
Buona partenza, presidentissimo.
Non mancherò di cercarti, quando sarai là di là, dove c'è ancora tanto da portare e costruire.
Al ritorno, offro io.
Dottor Cirillo
mercoledì, luglio 30, 2008
Clown da sdraio.
Ieri Baloo e Citrullo hanno riempito otorino.
Domani ultimo giovedì per riempire la pediatria, la lungodegenza e la geriatria di Feltre.
Poi pausa. Pausa estiva.
Che io ci sono già da alcune settimane.
Causa impegni lavorativi, e forse sentimentali, anche se questi ultimi ho preferito lanciarli in aria. E loro cadono. E io li rilancio. E cadono ancora. E c'è la gravità. Ma non potevano costruirlo con le ali il cuore, quella volta?
Giuro che a settembre torno.
Il dottor Cirillo non mancherà alla riapertura dei cancelli.
Ho scelto di non andarmene nè in Argentina nè in India il prossimo mese.
Rimango qua. E come compito avrò quello di riempirmi il camice nuovo.
Farò un po' di ripulisti alla borsa, al cappello, al naso.
Non al clown, che quello si spolvera ogni volta che entra in ospedale.
E sarò il primo, a settembre, a rialzare la mano, una volta chiamato all'appello.
Per una volta, da capocomico feltrino, voglio ringraziare i compagni di viaggio di quest'anno, di questi ultimi mesi, che mi hanno tenuto a mezz'aria, come pompette sotto a soffiare. A cominciare dagli ultimi arrivati, la dottoressa Fiordifilo e il dottor Branda, che mi hanno più volte ricordato quanto sia importante l'entusiamo e il prendersi lo stupore meritato. E poi il dottor Baloo, che gli voglio tanto bene quanto la sua gigantosità. E le dottoresse Lulù e Caramella, che sopportano con pazienza le mie battute e i miei strafalcioni, e soprattutto i miei umori, ogni giovedì differenti. E il buon dottor Citrullo, che a volte assomiglia a un punto di domanda, altre volte prende la forma di un punto esclamativo, e poi te lo ritrovi all'uscita tutto preso dai tre puntini di sospensione. Le mie compagne di merende, le dottoresse Cannuccia, Saponetta e Tabata, che un capocomico così proprio non se lo meritavano, ma giuro che a volte arriverei in reparto con delle rose, per le donne che sono. E Potaci, che mi manca il suo modo di costruire e di dire cose, di muovere la testolina e di contagiare con il suo stupore e i suoi occhi innamorati chiunque le capiti a tiro. Un abbraccio anche a Drin, Paolino e Bacillo, storici, ma che a Feltre da un po' mancano.
Siete un insieme da disegnare alla lavagna. E da riportare sulle pagine del mio quaderno. Grazie, feltrini dal naso rosso.
Buone vacanze.
Dottor Cirillo, capocomico
martedì, luglio 29, 2008
Dal banco del dj.
Pile e pile di dischi, che rischiano ogni volta di toccare terra con estrema facilità, mi hanno diviso sabato sera da una festa piena.
Dal banco del dj si notano le tavole piene sotto i gazebi, l'arrivo degli amici più cari, le corse di chi con vassoio alla mano si sente da una vita cameriere, la disinvoltura di chi si siede alla ricerca di chiacchere, birrette e gambe sotto al tavolo.
La dottoressa Aia ci mette tutte le gambe che c'ha a fare queste cose.
Non le interessano la pioggia, le tavole da asciugare, i gazebo da montare, il marito da rincorrere perché anche lui ci sta mettendo le gambe che ha per fare andare tutto bene. Il faro che tutto illuminava era attaccato a una pala di una gru. E sa tanto di festa di paese, come non ce ne sono più.
E allora Aia e Max vi dico grazie per la "festa indiana" di sabato sera, in cui si è raccolto qualche soldino da inviare in India, alla Daddy's Home, il prossimo mese. E cari Aia e Max, e cari clown pinguini camerieri e danzatori, neanche fossimo nel quadro ad olio di Mary Poppins, dal banco del dj vi dedico qualche canzone, che come sempre vi farà muovere tutte le gambe che avete.
E un'altra canzone va suonata per gli amici di Villa Anna, immancabili con mani e bocche aperte, e al signor Cassol e ai suoi due bambini, per averci regalato il disegno che ora si trova sulle nostre nuove magliette associative. Che sembrano disegnate sul cartone, neanche fossero una crosta, ma a me piacciono sul serio. Giallo sole e azzurro carta di riso.
Alla prossima festa, che mi sa che a star dietro tutte quelle pile di dischi, sul banco del dj, ci starò ancora per un bel po'.
Dj Cirillo
lunedì, luglio 28, 2008
Non ho un granché da dire, ma quello mi viene bene (Ligabue)
In questo preciso momento mi sembra di essere un tema, che qualcuno si è preso la briga di correggere. Con la matina blu e rossa stanno sottolineando gli errori di grammatica, quelli di sintassi, i discorsi superflui e la punteggiatura inesatta. Come se mi si volesse alla fine dire "sei andato fuori tema".
Purtroppo in questo momento mi sento così.
In questo foglio protocollo ho provato, ve lo giuro, a mettere giù delle spiegazioni, delle definizioni, a chiarire alcuni termini e alcune parti del discorso, che forse non sono risultate così facili alla lettura. Non ci riesco.
L'unica cosa che mi sta riuscendo è quella di non prendere e di non prendermi in giro. Ci sto mettendo l'anima in questo. Credetemi.
Non passerò questa volta l'esame, lo so.
Primo, perché ho deciso di non copiare.
Secondo, perché non ho studiato sul libro, ma solo sugli appunti.
Terzo, non vado molto a genio al corpo insegnanti.
Troppo imprevedibile, questo Cirillo. Non si applica. Si accontenta di un sei e mezzo, quando potrebbe tranquillamente arrivare all'otto. E poi, poi non fa che chiacchierare in classe, disturba la lezione, e quando viene richiamato, piange, fa la vittima, si compiange e bisogna aspettare che gli passi. Senza parlare delle sue proprietà di linguaggio: non ha ancora la maturità necessaria per definire le proprie emozioni così come le si trova sul dizionario.
Il corpo insegnanti ha ragione.
Non faccio che scaldare il banco, attendo trepidante la ricreazione, e mai una volta che esca volontario. Mi devo impegnare di più. Niente da dire.
Intanto però, visto come sta andando la correzione dell'ultimo tema, mi sa che mi rimandano a settembre. Sempre che la condotta sia sopra l'otto.
Vi giuro. Vorrei essere capace di scriverli meglio, questi temi. Vorrei non commettere errori grossolani, vorrei rileggere più attentamente una volta terminata la bella. Vorrei anche avere una calligrafia migliore, se è per questo.
E' che ce la sto mettendo tutta, che ultimamente ho scritto poco, e male.
Almeno, così mi hanno detto.
La prossima volta, se proprio non va, sceglierò il titolo a piacere.
Anche questa volta, però, in tutta sincerità, mi sembrava di aver scelto il titolo giusto: "L'ultima volta che ti sei innamorato: speranze, ricordi, inciampi".
Cirillo
sabato, luglio 19, 2008
A parte che quelli che si firmano anonimi, meritano tutta la vita di rimanere anonimi...
Ho appena parlato di gomitoli, pance e disordini con quella che c'è rimasta male. Perché i pensieri si incrociano molto più spesso degli occhi. Le ho detto che sono preoccupato, che non voglio determinate cose, che l'ordine c'è, ne sono sicuro.
Ora lo butto giù quest'ordine, ci provo.
Non credo che i pezzi si mettano a posto da soli. C'è chi li ha mescolati, e c'è chi li rimette a posto. A seconda dei ruoli e con l'aiuto di un pizzico di destino, questo sì. Io stesso li ho messi in disordine più volte. I miei, s'intende. Come stai facendo te. Io lo so che ci stai provando. Lo so che ce la stai mettendo tutta. In barba ai giudizi gratuiti (hai ragione), in barba ai consigli, in barba ai tentativi andati a vuoto.
Tutti siamo soli e solo noi sappiamo come mettere a posto i pezzi, dici.
L'importante è che non ce ne siano di sbagliati, che poi il tutto comincia a non combaciare più. Io non so come funziona. Te l'ho detto un sacco di volte. Non so neanche se vada bene usare la colla. Non so se alla fine del lavoro, quanto uscito sia poi da appendere a una parete. Non so.
So solo che un giorno, tempo fa, ho scritto questa cosa.
Ed è giusto che finisca qua. Perché è ora che qualcuno la riscriva, e te la faccia avere in bella calligrafia.
"Ho cento cose da dire ad Anna. Una l'ho nascosta a casa sua, e non l'ha ancora trovata. Una gliel'ho spedita, quella volta che era lontana lei, mica io. Una me la sono appuntata su uno scontrino, che poi ho lasciato su una tavola perché ero di fretta, e la tavola, quella no, non so più dov'è. Una l'ho battuta a macchina, perché era seria. Una l'ho detta sottovoce a suo fratello, dentro una preghiera. Una gliel'ho gridata, ma lei era dall'altra parte della strada, e non l'ha sentita, che passava l'autobus. Una l'ho fatta stampare su foglio patinato, ma prima me la voglio fotocopiare. Una l'ho gettata nel mare, quella volta che son passato per la Palestina. Una l'ho appesa a un filo ed era Natale, e allora hanno tolto le luminarie al 6 gennaio, e dev'essere in qualche scatolone. Una l'ho bucata, e mi tocca ripararla. Una l'ho attaccata sotto ad un banco, che andavo ancora all'università. E le altre novanta? Ho una vita per dirgliele! Mica posso farle sapere tutto subito".
A chi puo' anche sbagliare, ma sbagliata non lo è mai.
Cirillo
Caro diario,
nel mio disordine quotidiano ieri sono riuscito ad aggiungere anche un guardrail. Puff. A una curva bagnata, sono andato pressocché dritto. Io dal sedile non mi sono mosso, non ha nemmeno dondolato il naso da clown appeso allo specchietto. La macchina si è un po' rotta. Tra i fari anteriori ora c'è più spazio. E la targa è da buttare nel cassonetto della carta straccia.
Caro diario,
insieme al gatto, da una settimana ospito Jakob, un ragazzo americano di vent'anni, in Italia oerché lui di lavoro estivo fa il tutor negli English Camp in Italia, mica la stagione ad Alleghe o l'aiuto elettricista. L'ho messo a dormire nella stanza in cui scrivo. Oggi se n'è andato a Venezia in treno, e ha detto che probabilmente si fermerà lì fino a domani. Ospito uno che ha voglia di guardarsi in giro. Pur non sapendo una parola di quello che c'è, in giro.
Caro diario,
mi domando perché ci sia tutta questa voglia di rinascita. Forse l'estate è un periodo di cambiamento. Forse dobbiamo inventarci ogni giorno qualcosa pur dli liberarci dai nostri brutti pensieri. Forse ci costringiamo ad avere brutti pensieri, perché così, quando ce ne liberiamo, ci sentiamo liberi. Forse è la solita ruota che una volta che hai capito che tutto si è risolto, ti siedi ad aspettare che la tristezza torni a farsi sentire. Poi chiedi alla gente come va, e tutti: "Bene, bene. Dai". Io almeno dico "'bastanza".
Caro diario,
ci sono quelli che vogliono salvare il mondo. Forse perché loro ci stanno male, e allora sperano che il mondo si adegui a loro. Ma non funziona così. Il mio disordine è stato annotato nell'agenda, ho un appuntamento importante tra un po', perché i pezzi stanno tornando al loro posto. E io a quell'appuntamento voglio esserci.
Cario diario,
non ho molto da dire su una certa faccenda. Ho preso un guardrail in pieno. Ospito un gatto e un ventenne del New Jersey. Non ho voglia di salvare il mondo. Il mio disordine funziona.
Volete mettermi sotto una campana di vetro?
Farò battere il cuore ad alta voce.
A voi le vostre faccende.
Cirillo
domenica, luglio 13, 2008
Quell'insostenibile bisogno di compilazioni audio.
E' una vita che prendo le canzoni, le metto una dopo l'altra e regalo il tutto senza fiocco. Lo faccio da molto prima dell'i-pod e di freddi mp3. Lo faccio da molto prima di masterizzatori e copie pirata su "princo". Lo faccio da quando in uno dei miei primi Natali convinti, sotto l'albero trovai un piccolo stereo portatile, nero, di quelli lunghi, con i due altoparlanti ai lati, radio, e ben due scomparti per audiocassetta. A me, che per avere le sigle dei cartoni animati in tv, mi mettevo col registratore anni '70 di mia mamma di fronte allo schermo televisivo e le registravo su cassetta Sony attraverso il microfono, oppure ascoltavo alla sera Zia Lidia su Radio Valbelluna, che in mezz'ora metteva zecchino d'oro-pippo franco-lupin di castellina pasi, con tanto di dediche. E passavo i pomeriggi ad impararle a memoria, che Cristina D'Avena, ai tempi, mi provocava pruriti non indifferenti alle corde vocali.
Insomma. Le compilation, il susseguirsi di tracce audio su un nastro magnetico, mi hanno sempre permesso, fin dall'epoca del doppio scomparto per cassetta, di creare dischi attraverso le canzoni di altri, che magari tra loro, lo si sa come sono i cantanti e i musicisti, non si sopportavano, però uno dietro l'altro, sul nastro, come stavano bene insieme!
E mai, mai dico, che una di queste compilazioni me la sia tenuta per me. Tutte passate sotto banco. Tutte consegnate a mano o spedite per posta. Tutte ben fissate prima su cassetta poi su compact disc, perché quelle canzoni non volassero via, e rimanessero con la persona con cui avevo scelto io personalmente loro dovessero rimanere.
Poi magari alcuni brani si ripetavano pure, da una cassetta all'altra, che certe canzoni fanno ormai parte di me, ma non importa, è come quando disegni: il verde o il rosso ti capiterà di usarli quasi sempre.
E allora, dopo aver compilato l'ennesima selezione di brani, ieri sera, ho pensato bene di cominciare ad appuntarmi da qualche parte gli elenchi, le liste, le scalette di queste raccolte intime. E ho deciso di farlo qui. Che magari qualcuno non s'incuriosisca e abbia voglia di cercarle, queste benedette canzoni. Che una volta, ma lo faccio ancora adesso perché voglio averla questa possibilità, in casa mia, punto, le canzoni le cercavi in mezzo ai dischi, proprio, tirando avanti e indietro il nastro della cassetta finché non la trovavi, e adesso le si scarica, che a volte mi fa sentir male venire a sapere che certe compilazioni le fanno scaricando a destra e a manca. Ma vai a prenderti l'album, genio, che magari mentre scorri i titoli ti viene in mente che no per questa volta di canzone da mettere ce n'è anche un'altra!
Omaggio alle compilazioni audio, e onore al merito a chi, fino a qualche anno fa, si faceva le cassette miste prima di partire per la vacanza. Per ascoltare in auto quanto la radio non ti avrebbe fatto sentire. Per ampliare la conoscenza musicale a chi apparteneva magari al genere femminile. Per diffondere in campeggio la propria saggezza musicale, facendo un po' lo scopritore di talenti, alla Cecchetto, per dirne uno.
Compilazione fissata su cd sabato 12 luglio 2008.
1. Cristina Donà - Nel mio giardino (dall'album "dove sei tu", versione acustica contenuta anche nel recente "Piccola faccia")
2. Mario Venuti - Sto per fare un sogno (dall'album "Mai come ieri")
3. Max Gazzé - L'uomo più furbo (dall'album "Max Gazzè")
4. Bandabardò - Una giornata uggiosa (dall'album "Iniziali bì-bì", originale di Lucio Battisti)
5. Vinicio Capossela - Che cossé l'amor (dall'album "Camera a sud")
6. Ascanio Celestini - L'amore stupisce (dall'album "Parole sante")
7. Casino Royale - Lunacezione (dall'album "Sempre più vicini")
8. Niccolò Fabi-Max Gazzé - Vento d'estate (dall'album "Niccolò Fabi")
9. Tiromancino - La descrizione di un attimo (dall'album "La descrizione di un attimo")
10. Afterhours - Riprendere Berlino (dall'album "I milanesi ammazzano il sabato").
Titolo provvisorio : Canzoni che (mi) fanno stare bene
Cirillo
sabato, luglio 12, 2008
Confessioni di un capocomico e sfogo del dittatore
Non è semplice portare il naso rosso in queste ultime settimane, vi dirò. Il naso, contenitore di emozioni ormai ufficiale, a forza di prendersi secchiate d'acqua, va scolorendosi, e occorre dargli una nuova mano di vernice fresca. Giovedì, lungo il corridoio di pediatria, sono stato un po' brusco e precipitoso con alcuni. A ragione, però. Che non mi vengano a guardare con il visino con su scritto "cosa abbiamo combinato?". Niente non avete combinato, niente non abbiamo combinato. E' che a me il corridoio mi spaventa, mi mette a volte in ansia. E ritrovarmi con clown che arrivano in ritardo, clown già partiti prima, e coppie nelle stanze già in servizio, tutti da gestire, a volte mi fa indossare i panni del vigile urbano dittatore fascista con mal di testa e cuscino per le emorroidi, ovvero: "NON INTASATE IL CORRIDOIO!!". Quindi niente mucchi di clown ammucchiati intorno a un singolo bambino: non siamo allo zoo e non abbiamo le noccioline. Niente clown che entrano nelle stanze senza chiedere permesso mentre all'interno di una stanza c'è già una coppia che non si sa a che punto è. Niente clown che arrivano in ritardo senza avvisare, che poi non so mai chi aspettare. Niente clown che occupano abusivamente lo spazio destinato a infermieri e dottori, soprattutto se nei pressi c'è l'ambulatorio in cui la dottoressa di turno, e che popò di turno, sta visitando una bambina. Lasciate l'aria circolare lungo il corridoio, e lasciate che la serenità, e non l'eccessiva voglia di fare, faccia di voi un bel clown da ospedale. Che anche se vi ritrovate per dieci minuti in silenzio, seduti, persino le pareti dietro a voi ne avranno beneficio. Voi ci siete, siete presenti, naso rosso e tutto il resto. Non vi preoccupate se ad un certo punto vi trovate soltanto con il sorriso in volto. E' quello che fa di noi quello che manca in quel momento, in quel luogo, in quella situazione.
Scusatemi, è un periodo in cui ci vorrebbe una vacanza di quelle che si facevano una volta, mica all'estero, ma appena qua dietro, che c'è il mare e il ghiaccolo alla menta a due passi.
Dottor Cirillo
giovedì, luglio 10, 2008
Celebrazione della radio transistor e di grandi donne.
Mia nonna sopra al frigo ha ancora la radio transistor.
Se devo dirvi la verità, non sono in grado di giudicare se essa sia funzionante oppure no. Mi ricordo di aver più volte tentato di accenderla, affinché emettesse un suono, anche sordo, del tipo "colpo in cassa", ma credo che ciò non sia mai avvenuto non tanto perché l'apparecchio sia guasto, quanto perché forse la spina risulta non infilata alla presa di corrente, e quindi, siccome che dietro al frigo non ci 'rivo, la radio è rimasta muta, dopo ormai più di trent'anni di vita del sottoscritto. Che poi mia nonna l'accenda magari quando il sottoscritto non c'è, questo purtroppo non mi è dato saperlo.
Della radio transistor, apparecchio di cui si parla anche in "Ho visto un re" di Jannacci-Fo, dato che gliela portano via al contadino insieme al figlio militare, un particolare mi ha sempre esntusiasmato: le manopole. Quelle che giri. Quelle che prendi con due-tre dita e fai girare, che c'è la lineetta delle frequenze che si sposta, e ti dà il senso del finito, che oltre l'87 non si va, che oltre il 108 non ci si arriva. Girare. Ritrovarsi con questo pomello sui polpastrelli delle dita e rotearlo in un senso e in un altro.
Ieri mattina qualcuno ha fatto girare per l'ennesima volta questo meccanismo nella mia vita. Sarà sincero: le prossime righe sono dedicate a una donna, che ho sempre ritenuto una gran donna, anche se l'aggettivo non rende, non rende proprio. Mica la prima, mica l'ultima. Mi ha sempre stupito il fatto che il sottoscritto abbia avuto la possibilità fino ad oggi di aver incontrato, e di essersi anche innamorato a volte, di donne grandi, enormi, giganti, importanti. Sarà che ci son portato, sarà che la radio sopra il frigorifero sono necessarie, sarà che le cerco e faccio in modo che capitino.
Sarà che Dio fa nascere e fa morire, ma se devo dirvi la verità non credo che il Signore abbia così tanto tempo ultimamente da guardar giù e vedere il sottoscritto, dato che nemmeno io ultimamente ho così tanto tempo di guardar su. Credo invece che il caso ieri abbia voluto girare una delle manopole della mia radio transistor, cambiando per un attimo frequenza, stazione, canzone, voce. E sono capitato in mezzo a una selezione musicale che è del tipo "di questa c'ho anche il disco da qualche parte".
Io ringrazio della sorpresa. E' facile mettere in fila, in simili occasioni, ricordi, rimpianti, sfumature e quant'altro. Non ho voglia di farlo, e nè l'ho fatto. Due persone, ieri mattina, senza che niente fosse pronosticato o ricopiato precedentemente, si sono raccontate, riassunte, mica alla "bignami", ma mettendo bene in mostra forse quello che negli ultimi mesi si è studiato. Un sette insomma, anche sette e mezzo, ieri mattina, prof., me lo sono meritato. Poi che io abbia il 5 in pagella, vorrà dire che tenterò di fare meglio allo scritto. Mi ha fatto piacere ieri incontrare Stefania. Non perché avessi delle cose da dire, non perché avessi delle cose da fare. Fa piacere, rende bene, incontrare ogni tanto queste donne grandi, che sono capitate bene o male a terra mentre passavo anch'io.
Mi sentivo di raccontarvelo, anche se in molti, di questo mio scritto ci avranno capito ben poco. Di manopole, del caso, delle donne grandi. Non importa. Io credo che i pezzi stiano tornando al loro posto, dopo che avevo deciso di sparpagliarli sul pavimento per trovarli meglio. Non so se domani o dopo domani starò bene. Mi piace il fatto di avere anchio, sopra al mio piccolo frigo, una radio con le manopole. Perché girare e vedere la lineetta che si muove tra le frequenze non ha quella precisione che da tempo ci fornisce il digitale. Che io della precisione non so che farmene.
Venezia. Bologna.
E invece mi tocca scrivere da qua.
Cirillo
sabato, luglio 05, 2008
Ci son quelle finestre che rimangono aperte, che te puoi anche provare a spingere, ma non ce la fai.
E allora compri delle belle tende, e provi a nascondere l'aria corrente.
Oppure hai la possibilità di ritrovarti anche dall'altra parte, e di socchiudere i balconi dall'esterno, ma poi rientri, e ci vedi meno di prima, e allora ti tocca riuscire, riaprire, e torna a farsi sentire l'aria.
O ancora, puoi far finta di niente, passi ogni tanto davanti alla finestra, la guardi con sufficienza, commenti a bassa voce "ma cche ti credi di essere una porta, adesso?", fai quello che la sa più lunga, e alla fine dici "meglio che stai aperta, così non ho neanche da pulire i vetri".
E alla fine non ti resta che aspettare la sera, e tiri giù persiane e paradisi.
Chissà che l'estate mi renda più facile tenere aperte queste finestre.
Che uno dice "magari cambio l'aria".
O spera che qualcun altro si affacci, e mettendo dentro la testa pronunci un semplice, modesto ma sentito "ciao".
Finestre o armadi, alla fine han ragione loro. Te li puoi aprire o chiudere, ma l'aria se la scelgono loro.
Cirillo
venerdì, luglio 04, 2008
Cito.
"Ho messo via un po' d'illusioni,
che prima o poi basta così,
ne ho messe via due o tre cartoni,
che comunque so che sono lì".
Cirillo
mercoledì, luglio 02, 2008
Le dieci cose che non ho fatto. Ultimamente.
Uno. Non ho girato la pagina del calendario, che tanto l'ho già letta.
Due. Non ho ancora imparato a convivere con Polvere, il mio gatto, che un giorno crede di essere un cavatappi, e l'altro un acchiappamosche, e l'altro ancora un mouse del computer.
Tre. Non ho ancora scritto le lettere da inviare ai Primari di Geriatria, Lungo Degenza e Pneumologia, che tanto ormai siamo di casa, e mi sa che porterò loro una pianta grassa per ciascuno da mettere nello studio.
Quattro. Non mi sono ancora complimentato con chi ha cambiato abitudini.
Cinque. Non sono più capitato a casa della mia ex professoressa d'italiano del Liceo, che gli devo ancora qualche otto nei temi, e continuo ad essere in debito.
Sei. Non ho ancora scritto il mio testo sulla guerra.
Sette. Non ho ancora mandato a fare in culo nessuno di quelli che si ostina a dire che prendere le impronte digitali ai rom è è un diritto sacrosanto, e allora scusate, ne approfitto: Vai a fare in culo.
Otto. Non ho ancora visitato la Sardegna quest'anno.
Nove. Non ho ancora raccolto tutti i pezzi. Li ho lì, sul pavimento della pancia, li ho contati, ci sono tutti, ma non sono ancora riuscito a raccoglierli. Il sacchetto ce l'ho, è quello dei carrarmatini del Risiko. Sono sicuro, ci stanno, non preoccupatevi. Sono stanco però. E sto cercando di addestrarli, chiamandoli per forma gusto e colore, in modo che saltino da soli nel sacchetto. E vi dirò, più passa il tempo, più il mio sacchetto del cuore si restringe. Sarà l'acqua?
Dieci. Non ho ancora detto a quelli che capitano di tanto in tanto che ebbene sì ho una vita piuttosto complicata. Mica per colpa del gatto. E neanche dei sogni. E neppure degli imprevisti. C'è che è vero, scegliere è difficile, sempre. E' che a me sembra di non avere scelta.
Grazie di avermi aspettato.
Cirillo, uno stelo di margherita.
|
|