|
giovedì, settembre 27, 2007
Io, quello che ha sempre voluto andare a Genova, e invece è finito un po' più in là.
Sono finito in Sardegna, perché lì dovevo finire.
Dovevo finire di fare alcune cose.
Già.
Perché Cirillo ha delle cose da dire. Ha delle cose da fare.
Dovevo guardare alcuni amici negli occhi, anche se di solito i miei sfuggono ad ogni tipo di sguardo. C'è tutto un discorso sulle mani poi, che... Ci sarà tempo di raccontarvelo.
Vado in Sardegna, dicevo, e ho fatto il termosifone.
Il calorifero. La stufa.
Te. Te sei andato fuori a giocare in questo pomeriggio autunnale con i tuoi amici. Fuori. Guarda che piove. Te, sei lì che hai appena cominciato a calciare il pallone nella direzione giusta, che comincia a piovere, quelle belle piogge fredde e fisse. E fuori non c'è un riparo, perché te e i tuoi amici avete deciso di andare a giocare al campetto, te e la tua scarsa sensibilità all'umidità. Te, ti vieni in mente di andare sotto i pini. E piove. Piove per una mezz'ora buona, e te sei pure in pantaloncini. Umidi, fradici, coi piedi affogati, te e i tuoi amici, appena smette e viene fuori un po' di quel sole indeciso, decidete, a differenze del sole, di tornarvene a casa. Tutti a casa tua. Entrati, che c'è già la prima acqua per il primo tè sul fornello a bollire, vi togliete scarpe e calzini, tutti sul tappeto a sedere, ed eccolo là il calorifero. Il termosifone. Sotto le scarpe. Sopra i calzini allungati, ad asciugare.
Quel termosifone là, ero io in Sardegna.
Perché il termosifone ad asciugare, gode.
Gode, ad avere addosso il bagnato degli altri. Il loro sudore. La terra e le foglie rimaste appiccicate al cotone.
Io mi sono goduto, ho sentito mie, le lacrime di tanti amici, che si mischiavano al vento di maestrale che soffiava, persino dentro le automobili, vero Piccolo?
E ti vien voglia di prenderteli tutti i colori che gli amici di Sassari, Happy Clown, hanno messo ad asciugare dopo i bellissimi laboratori, chi di filastrocche, chi di bans, chi di improvvisazione. Ma che é? In quanti eravate a giocare nella partita autunnale? Più di trenta! Altro che termosifone, ci serve la caldaia di un condominio.
E vicino al termosifone, la scatola dei pensieri che ci stanno. E la musica, il mirto, le giuggiole, il "filuferru", il "porchetto", canti fuoco alcol, che ad un certo punto mi sembrava di essere in una di quelle feste zingare, sporche, vere, pure, che si fanno soltanto in certe sere in certe parti del mondo. Ma che è? Ma quante scarpe ci sono sotto di te? Tutte quelle che hanno corso, pestato, ballato, puzzato, in questa due giorni sardi. E' che da termosifone devo ringraziare anche Fagiolino, che ci ha preparato la colazione in cui ho riso di più nella mia vita, e Gelsomina, che mi ha fatto un grande regalo, la sua scrittura e i miei pensieri, sulla stessa pagina. E le parole messe in equilibrio tra me e Gocciola, tra me e l'Apegaia, tra me e Fragolina. E gli sguardi che ho incontrato dei tanti clown che ancora non avevo conosciuto, sentito bagnati su di me. Io in Sardegna, ho deciso, ci vado a fare il termosifone. Fa caldo? Non importa, di calzini e di scarpe da asciugare ce ne sono anche lì, fidatevi. E se no, asciughero i costumi, quando il sole non avrà voglia di uscire.
E te, te ad aspettare la merenda con i tuoi amici, a parlare di cazzate. E io lavoro, asciugo, sai? E che faccia fate, te e i tuoi amici, a momento di tornare fuori, che indossate i calzini, e le scarpe, e che hanno addosso quel calore che neanche il sole ti dà sui piedi al mare? Te di partite sotto la pioggia ne farai ancora tante, lo so, pur di sentire quel calore. E io il termosifone lo farò tutta la vita, finché ci sarà chi scende in campo a beccarsi un po' di pioggia.
Grazie amici di Sassari!
Ricordatevi: prendete più pioggia che potete.
Alla prossima,
Cirillo, il termosifone.
giovedì, settembre 20, 2007
Alcune riflessioni appena giunte sul "ci è o ci fa".
"Rimango male quando leggo posizioni: " Se e questo quello che vi serve per far sorridere qualcuno, andate a fare teatro." ...scritto quasi con disprezzo!! E che male c'è se per far sorridere qualcuno abbiamo bisogno di qualche arnese ?!...Io in ospedale porto tutta me stessa ...però Aspirina ha bisogno del naso rosso e anche della sua marionetta ..e anche del suo camice e delle sue fantasie e del suo cuore e delle sua canzoni e dei suoi balletti ma se non avesse il suo naso e il suo fiocco colorato tra i capelli ...sarebbe semplicemente Lidia e Lidia non canta (Skiz direbbe per fortuna!!) e Lidia non balla e Lidia forse non fa neanche ridere ....!! Ma per questo io non mi sento di essere un attrice... mi sento di essere semplicemente Lidia che a volte, soprattutto in ospedale, è Aspirina... E non mi sento meno giusta di Cirillo, o più sbagliata di Solletico o meno importante di ... Miloud .. Penso di fare semplicemente il meglio che posso ... come ognuno di noi!! E spero di farlo al meglio e mi impegno molto perché le persone che incontro possano avere semplicemente un po' di leggerezza ..
Pensieri frettolosi ...ma scritti con il cuore e con il naso rosso dentro l'anima"...
Dottoressa Aspirina
"Ho letto...spero abbastanza attentamente, ho riflettuto, mischiato e mi viene da dire questo: Il clown, il dottorclown cosa fa? cosa è?
Mi rispondo che secondo me un clown, un dottorclown PARTECIPA! e uno che partecipa chiunque sia, dovunque sia (è e fa) perchè se partecipi coinvolgi e ti fai coinvolgere.
e allora Tabata vuole provarci a "mettersi in gioco" per se stessa e per rispetto a chi incontra o incontrerà ...alle volta sarà di più e farà di meno- alle volte farà di più e sarà di meno......... ma proviamo a vivere intero il nostro clown, con essere e fare-togliendo e mettendo quello che serve.....perchè ci piace e se lo merita. grazie"
Dottoressa Tabata
In questi giorni mi sono fatto un piccolo regalo. Ho acquistato "La tigre e la neve" (R. Benigni), un film che ho amato non tanto per la storia, quanto per la sua sincerità. Seduto sul divano mi sono riguardato sette - otto volte di seguito il monologo - lezione, che Benigni tiene sulla poesia in una classe di universitari, più o meno all'inizio del film. Il monologo in cui esprime il proprio amore per la poesia e per l'innamoramento ("Se non vi innamorate, tutto morto è, tutto"). Quella scena, che dura pochi minuti, quel monologo, quello sfogo di Benigni, per me è importante, e lo sarà sempre. Non soltanto per quanto l'attore in quel momento esprime, ma quanto per la sincerità che lo stesso ci mette. La prima volta che ho ascoltato quel monologo ero al cinema, seduto davanti ad uno schermo: in quel momento ho capito di non essere davanti ad un film, davanti ad una storia, ma piuttosto, anzi, praticamente con certezza, di fronte a Roberto Benigni che mi diceva delle cose. Delle cose sue. In piena sincerità, ne sono sicuro. Lui aveva voglia di dire quelle cose, quei pensieri, e le ha dette. Le poteva dire ad un amico al telefono, ma ha deciso di dirle un po' a chi gli capitava sotto mano, da una pellicola. E lì, ripeto, io non ho visto nessun attore, nessuna maschera, nessun premio Oscar, bensì Roberto Benigni. Nella sua semplicità, nella sua onestà.
Da qui. Da questo piccolo regalo parto per condividere con voi quanto mi ha suscitato leggere i pensieri prima di Cannuccia, poi di Solletico. Si sono toccati i due estremi, no? Chi ci è e chi ci fa, scrive Solletico alla fine della sua lunga riflessione. Se dovessi infilarmi in una delle due categorie appena citate, ovviamente mi lascerei trasportare verso la prima. Con molti dubbi, però. Ecco. Io non sono un clown. E non lo faccio. Io ho delle cose da dire e da fare. Ma tante. Il naso rosso, a cui non associo nessun credo o fede (brrr...), lo sapete, l'ho sempre definito un contenitore di emozioni. Il resto fa parte delle cose che ho da dire e delle cose che ho da fare. Il cappello, il trucco, il camice, la borsa, ed il vestito: sono anni che lo ripeto a tutti gli incontri che ho potuto fare nelle scuole, nei gruppi, persino con voi clown: a mio parere non devono rappresentare, né essee, una maschera. Se e questo quello che vi serve per far sorridere qualcuno, andate a fare teatro. Lì di maschere e di comici ce ne sono centinaia, e potrete sbizzarrirvi. Ciò che mi piacerebbe essere, e che spero di essere ogni qualvolta entro in ospedale con il naso rosso, è quello di essere SINCERO. Eccolo là, come Benigni nel monologo sulla poesia. Benigni lì non indossa un naso rosso, non sta facendo Benigni, non è il comico, il giullare, no. Lì è una persona, un uomo, che ha delle cose da dire e ha delle cose da fare. Perché porsi continuamente il dilemma "il clown lo faccio o lo sono?". Perché vedere quello che indossiamo come una maschera o uno strumento... Non capisco. Cirillo è dentro la corsia e fuori la corsia una persona che ha da dire delle cose e ha da fare delle cose. E poi non è vero, non ci credo, che quelle emozioni che sentiamo dentro e fuori, una volta finito servizio, siano nostre illusioni, oppure "il resto" di quanto abbiamo ricevuto. Allora lo sono tutte le altre situazioni con cui mi trovo a che fare durante la giornata, durante la vita. La felicità non esiste, di questo ne sono sicuro. Però anche quando t'innamori, anche se andasse male, qualcosa rimane no, tra le pagine chiare... Qualcosa rimane. A noi, a loro, agli altri. Quali illusioni? Boia l'orso, possibile che io indossi una maschera quando vado in ospedale? Che la mia sincerità, la mia spontaneità, il mio essere Cirillo che ha delle cose da dire, abbia bisogno degli optional di serie per funzionare? Non lo so. Mi sono solo accorto ultimamente che il mio camice è il più spoglio di tutti: alcuni se lo sono fatto rifare, molto più bello, e il mio rimane lì, a fiorellini, un po' svampito. La mia borsa è piena degli oggetti che porta da più di due anni con me. Sempre quelli, alcuni sono addirittura andati persi. Non sono bravo a giocolare, non capisco le magie, non so nemmeno fare i balli di gruppo. Però non mi definisco come si è definito Solletico. Perché Cirillo che ha delle cose da dire e ha delle cose da fare pensa probabilmente che la sua spontanità derivi dal fatto di non uscire dallo spogliatoio indossando i ferri del mestiere e quant'altro. Allora vai senza niente, se ti pare di essere ugualmente sincero. No. E' qua che si ferma tutto. Enrico parla addirittura di un alter ego clown (Doppio brrr...). Batman e Spiderman (anzi, Spiderpork), hanno l'alter ego. Io vorrei veramente chiamare un clown da circo o qualcuno che lavora per strada per chiedergli se il suo clown è così distante, o comunque, così alter ego da lui. Io credo che il clown non sia un alter ego. Non posso crederlo. Non ce la faccio. Il clown esagera certo: emozioni, cadute, gesti, espressioni. Esagerare vuol dire conoscere quello che hai al tuo interno accrescendone le potenzialità. Ma non significa che il clown sia il tuo doppio. Io spero vivamente che la mia non sia una maschera, giuro. Non voglio fare il clown. Io mi sento soltanto sincero: anche con il naso rosso. Perché evidentemente mi permette di accrescere quelle cose che ho da dire e quelle cose che ha da fare. Che sono le stesse che direi e farei senza. Le stesse che scriverei e porterei davanti a un milione di persone. "Io disegnerei il sole", che ho scritto con Tabata, questa cosa la sento veramente sincera: lì non ho portato nessun personaggio, lì c'era Cirillo, ne sono sicuro. Forse mi sono messo un po' troppo in discussione ora, e vi sto annoiando. Non lo so. Questa cosa del fare o dell'essere un po' mi ha fatto rimanere male. Proprio male. Io credo di non essere un clown, per tanti motivi. Però sono sicuro di non farlo. Non ci voglio neanche pensare, mi fa venire i brividi.
Come Benigni vorrei aprire le braccia e dire in cinque minuti tutte le cose che penso, senza paura, perché sono sicuro di essere sincero con me stesso e con tutti. Senza fare Cirillo, ma portandolo davanti a tutti, dicendo "oh, ho delle cose da dire oggi, senti qua". Ci sarà chi ascolta e chi no, che discorsi. Però mi va di dirle.
Portate pazienza. Sono convinto che il mio clown sia a forma di pancia. E la pancia contiene un sacco di cose.
Sinceramente vostro, Cirillo
A differenza di altri blog che inseriscono tra le proprie pagine i pensieri che troverete qualche riga più sotto con nome e cognome di chi li ha scritti, io preferiscono regalarveli con il nome del clown che li ha scritti, perché su questo blog funziona così. "Perché se il mondo cambia, qualche mondo non cambia mai".
Il mio clown
Ho sempre pensato che i discorsi su “deontologia e filosofia clown” fossero un inutile rimarcare di considerazioni ovvie e scontate, ma accolgo l’invito della dottoressa Cannuccia e perdo un po’ del mio tempo notturno per dire la mia e per farne perdere un po’ anche a chi, inavvertitamente, vorrà leggere i miei tediosi discorsi.
Lo dico subito: io faccio il clown ma non mi sento clown. Faccio il clown, ma non sono un clown. Pare un noioso e pedante giro di parole, ma spero di non cadere in quest’errore scrivendo le prossime righe. Voglio solo chiarire perché faccio il clown e perché ritengo non sia affatto inutile farlo senza dover necessariamente sentirsi tali “nell’anima”.
Potrei dire che ci si può sentire intimamente clown, ma si può anche fare semplicemente il clown. Si può vedere nel clown un principio ideale di altruismo e di solidarietà, ma ci si può anche vedere semplicemente un’opzione per essere altruisti e solidali. Si può vivere il proprio clown quasi come un’identità parallela o un’ombra inscindibile dalla propria, ma lo si può anche vivere semplicemente come una maschera da indossare per far intendere a colpo d’occhio le proprie intenzioni, abbattendo eventuali diffidenze. Nel proprio “lato clown” vi si può riporre grandi aspettative, ma si può anche farlo semplicemente senza saper bene cosa aspettarsi ogni qualvolta si presta servizio. Si può considerare il proprio “percorso clown” un cammino imprescindibile della propria vita, ma si può anche considerarlo semplicemente un sistema come un altro, forse un po’ più singolare, per mettersi a disposizione degli altri. Si può interpretare il proprio naso rosso come una sorta di missione, ma si può anche interpretarlo semplicemente in maniera più “laica” (passatemi il termine sicuramente improprio), più leggera.
Mi chiedo: perché faccio il clown? Semplicemente perché ho l’intima convinzione che qualcuno avrà piacere di incontrare e di ridere di quel buffo personaggio che gli porto dinnanzi, con le sue trovate ridicole, le sue stupidate insensate, le sue magie approssimative, con la sua spavalderia di facciata, talvolta anche con i suoi momenti di silenzio, per ascoltare. Lo faccio perché il buonumore sicuramente non guasta alla salute e perché penso renda onore, a chi lo fa, tentare di far ridere coloro che da ridere, lì dentro, ne avrebbero ben poche ragioni. In tutta onestà posso dire che non c’è nessuna altra ragione. Sì, è vero, c’è l’amicizia e la complicità con gli altri nasi rossi. Ci sono le sensazioni che non svaniscono semplicemente riponendo i “ferri del mestiere” dentro il borsone. C’è l’illusione di aver fatto qualcosa di positivo, seppur infinitesimale, che si insinua nei pensieri tra la chiusura dello spogliatoio e l’apertura dell’auto per poi svanire tra i normali pensieri di fine giornata. Ci sono gli elogi di chi ci riconosce sotto il vestito ed il trucco di scena. C’è tutto questo, ovvero c’è questa “impalpabile moneta” con cui si viene ripagati, ma ritengo vada considerata un “resto”: magari gratificante e stimolante, ma pur sempre un resto. Ovviamente non è questa, o non dovrebbe essere questa la motivazione che muove chi c’è dietro il naso rosso di un clown di corsia. Se faccio il clown non è per me stesso. Non lo faccio perché mi diverte o mi piace fare il clown, sentendosi anzi il più delle volte inadeguato alla situazione. Se indosso quella maschera è esclusivamente per essere al servizio degli sconosciuti che incontrerò conciato in quella maniera così stravagante. Per questo io sono quello che gli altri vedono: un semplice pagliaccio con cui ridere, scherzare, giocare, parlare, dimenticare per qualche istante i pensieri incentrati sul motivo della degenza, aprire una parentesi divertente e leggera all’interno delle lunghe giornate di ricovero ospedaliero. Parlare di “medicina dell’anima” sarebbe sicuramente eccessivo e presuntuoso, ma forse è il concetto che, per ampia approssimazione in eccesso, si avvicina di più alla vera ragione della presenza di un pagliaccio nelle corsie d’ospedale.
Personalmente considero il mio “alter ego clown” una semplice maschera perché è così che appare a chi se lo trova di fronte. Non ha alcuna importanza come io vedo me stesso: potrei considerarmi indifferentemente un eroe della causa, uno a cui semplicemente piace l’idea di fare il Jolly Joker della situazione, un buon samaritano, una figura imprescindibile del servizio sanitario nazionale, un umile scemo che fa finta di essere più scemo di quanto non lo sia veramente… Potrei anzi posso considerarmi tutto questo ed altro ancora, purché la mia idea sia compatibile con le finalità del gruppo e con gli interessi e le necessità del gruppo stesso. Personalmente nel gruppo convivo perfettamente con chi si sente clown “dentro” perché condivido gli stessi scopi anche se l’approccio al servizio è diverso. Convivo perfettamente con chi si è scoperto clown per vocazione perché nulla lo rende diverso da me quando siamo fianco a fianco nelle corsie d’ospedale. Convivo perfettamente anche con chi fa o si sente clown ben oltre le mie due ore settimanali perché i sorrisi li sa ugualmente regalare ed “estorcere”, probabilmente anche meglio di me. Convivo perfettamente con chi interpreta il servizio diversamente da me perché significa semplicemente che stiamo percorrendo corsie diverse della stessa strada, ma pur sempre parallele e volte nella medesima direzione. Convivo perfettamente con chi ci crede profondamente in quello che fa, perché senza di loro il gruppo perderebbe la propria forza ed il proprio vigore o, peggio, non esisterebbe neppure. Convivo perfettamente con chi stimo e con chi amo.
Il mio clown convive costantemente anche con un senso di inadeguatezza al ruolo che ricopre, non sapendo nulla di improvvisazione teatrale, giocoleria, giochi di prestigio e prestidigitazioni varie... Il mio clown è un clown generico, non specializzato. Accetto di buon grado queste mie incapacità perché tutto sommato non mi interessa formarmi come clown vero e proprio. Il mio clown fondamentalmente è un “pressappochista” che si limita ad esserci. Per fortuna in ospedale il più delle volte questo basta, o almeno questa è la mia impressione. Almeno in questo senso, sono convinto che sia più importante esserci che non saper fare.
Chi è il mio clown? Ancora con le mani sporche di colla da sniffare tolta dai pantaloni di un bimbo di Bucarest, una “collega” disse che per lei il clown è colui che fa quello che l’uomo alle sue spalle sogna. Io, che purtroppo sono molto più prosaico, direi piuttosto che il clown è colui che fa quello che l’uomo che c’è dietro non avrebbe mai la sfacciataggine o la possibilità di fare. Diventa un personaggio a cui tutto o quasi è concesso: fare magie, sbagliarle, ridere senza motivo, fare linguacce, coccolare uno sconosciuto, stupirlo, dire o fare cose senza senso, sganasciarsi, anche piangere. Tutto quello che fa potrebbe essere indifferentemente vero oppure falso, così, a libera scelta, al di fuori di ogni logica razionale. Non serve che sia io a ricordarlo, ma il clown ha insita nella sua stessa natura la facoltà di tramutare il drammatico in ridicolo, il triste in caricaturale, il pianto in sorriso. Il mio clown non è qualcosa di magico o di speciale: è semplicemente una mia fotografia su cui ho disegnato un naso, rosso come il mio cuore, ed un occhio, nero come il mio credo. Un cuore rosso che ogni tanto cerco di mettere a disposizione di chi mi sta accanto in questo mondo perché considerarsi al centro dell’Universo lo trovo semplicemente patetico. Un credo nero che mi suggerisce le grandi scelte della vita e le piccole scelte di ogni giorno perché una dottrina fonte di principi un uomo deve pur avercela, senza per questo dover cadere necessariamente in posizioni estremiste.
Dove faccio il clown e dove non voglio fare il clown. Confesso di provare un certo disagio a fare il clown al di fuori dell’ospedale, delle case di riposo e dei centri disabili. Le uscite “pubbliche” fatte finora mi hanno sempre fatto sorgere la classica domanda: che ci faccio qui? Mi sento fuori luogo a rivolgermi ad un pubblico con il quale non posso interagire faccia a faccia, che non mi può trasmettere una “insana” tensione interiore, che magari applaude dicendo “ma che bravi ‘sti boce!”. Faccio il clown per creare empatie con malati, con anziani, con disabili, con chi sta ai margini, tutt’al più per testimoniare a terzi le loro condizioni di disagio o di disadattamento. Non riesco a fare altro se non questo. Non voglio a fare altro se non questo.
Cannuccia scrive che “il clown è, poi il clown può anche fare, ma se non è, è inutile che faccia ”. Per la prima volta (perché in tutte le cose c’è la prima volta), non sono d’accordo con lei. Io dico che il clown fa, poi il clown può anche essere. Agli occhi del suo “pubblico”, è indifferente che lo sia o non lo sia: l’importante è che lo faccia e che lo faccia con umiltà, con modestia, con serietà, con buon senso e con una visione proporzionata delle cose, restando concentrato sugli altri e non su se stesso o sulle reazioni emotive che riceve prestando servizio. Il clown dev’essere un servizio offerto, non un vanto, non una “droga emotiva” di cui rimanere volontariamente schiavi. Ben venga se dovesse creare dipendenza nel suo pubblico, ma guai se dovesse creare dipendenza nell’uomo che lo incarna. Essere “drogati” d’amore o d’altruismo, al di là del bel concetto, francamente mi spaventa. E soprattutto guai compiacersi troppo di quello che si fa perché applaudire se stessi vorrebbe dire “bastarsi” ed aver colpevolmente dimenticato la ragione prima del proprio impegno. Sentirsi clown può costituire un presupposto che aiuta qualcuno a far meglio il proprio “lavoro”, a sentirsi maggiormente coinvolti nel proprio ruolo (il metodo Stanislavskij insegna), ma sono convinto che sia una condizione che riguarda esclusivamente se stessi.
Scusate le troppe parole, qualcuna forse anche stonata e fuori posto, ma questo è quello che mi andava di dire. Un abbraccio stretto a tutti, a chi “ci fa” ed a chi “ci è”...
Dottor Solletico
mercoledì, settembre 19, 2007
Dopo Cusighe, un tuffo in otorino...
"Otorinolaringoiatria è un reparto strano.
Già solo il nome ingroppa la lingua e nella testa di un bambino credo sia una di quelle parole che non si capisce se fa più ridere o più paura... A me questo effetto lo faceva la parola "parallelepipedo". All'otorino non abbiamo un turno fisso, ma ci chiama la caposala quando c'è "il giorno delle operazioni dei bambini"... questo sì che fa paura ...
Però io sono sempre contenta quando ci chiamano, perchè mi sembra di essere davvero una medicina, che la ordini in farmacia e arriva al momento giusto.
E così anche giovedì scorso è arrivato il momento della medicina Tabatuccia, prepasto quella mezza Tabata e mezza Cannuccia. Amo fare servizio con Tabata, perchè bastano gli occhi tra di noi...non serve altro...e poi siamo due clown così diversi, così complementari, che la tavolozza dei colori diventa proprio completa...e poi, oh, io alla Tabata voglio proprio un gran bene...e credete che queste siano quisquilie?
Comunque, tornando all'otorino, giovedì la situazione era davvero insolita: non c'erano letti, non c'erano porte...i bimbi e le loro mamme avevano voglia di far comarò...e allora tutti in salottino!
C'è L. che mangia il gelato in braccio alla sua mamma, la parte bella di quando togli le adenoidi....
C'è T. che guarda il cartone animato più brutto sulla faccia della terra dopo Mucca e Pollo...Spongeuol...o qualcosa del genere...ma quando ha in mano una bacchetta magica non c'è spugna di mare parlante che tenga...
C'è F. che esce dalla stanza con gli occhietti piccoli piccoli e la bocca che gira in giù, ma alla fine gli occhi sono giganti giganti e la bocca gira decisamente in su.
E poi c'è G., che si chiede cosa ci fa lui, che ha 13 anni, nel reparto di otorino nel giorno delle operazioni dei bambini. Ci fa la cortesia di restare a sentire cos'abbiano da dire 'ste due matte che non hanno nient'altro da fare che girare per l'ospedale vestite da matte...ma ci guarda come ci guarderebbe lo zio di qualche bimbo, ogni tanto sorride ma lo puoi vedere solo se ti giri di colpo o se hai gli occhi dietro la testa perchè la soddisfazione non te la darà mai.
Ma Tabatuccia non si arrende...ormai è partita e nonostante gli occhi su di lei siano tanti, riesce ad instaurare con ogni singolo bambino una relazione personale. Sì, anche con G. Lo chiamiamo Dottore, Ingegnere, e gli diamo del Lei. G. ha capito che Tabatuccia è un osso duro e non gli resta che stare al gioco.
Si salta, si cade, si dorme, si russa, si fa le bolle, si fa girar le palle, i fazzoletti e anche i sacchetti rossi, si fa le magie, e Gilberto si innamora di un infermiera...insomma Gilbi sei sempre il solito! Alla fine si intona pure la canzone dei leocorni...e G. può fare solo l'aquila reale...mica può fare i due piccoli serpenti o il topo....e poi arriva il momento dei saluti. Da L., T. e F. ci si fa mandare un bacio da mettere in tasca, per tirarlo fuori all'occorrenza, e a G. si stringe la mano...che altro vuoi fare...e si saluta con la mano fin dentro alla porta dello spogliatoio.
E dentro lo spogliatoio Tabatuccia torna ad essere A. e F., tramite un processo di Sfusione che si chiama Abbraccio. "Come è andata?" "Mah mi pare bene" "Hai visto che occhi T.?" "Sì, meravigliosi...io me ne sono innamorata" "Ehi vacci piano T. è mio!".............Toc Toc. Bussano alla porta dello spogliatoio. Crediamo di non aver sentito bene...non è un rumore usuale. Di nuovo...Toc Toc...abbiamo sentito bene. Per fortuna io non mi sono ancora tolta il naso e quindi metto fuori la testa. Ehi...è G.! Sono un po' confusa e riesco solo a dire un "Ciao...anche tu da queste parti?".
Lui non risponde nemmeno ma mi tende la mano, mi fissa negli occhi e mi dice "Grazie".
E a me tremano le gambe. E mi viene il groppo in gola. Posso solo sorridere, stringergli la mano, e dirgli "Grazie a te!"...veramente posso solo fare questo? no. Posso anche abbracciarlo e dargli due baci, uno per guancia, sotto agli occhiali, ed è quello che faccio.
G. torna in camera sua, passa la mamma e io sono ancora sulla porta che non capisco bene cosa sia successo nella testa di quell'ingegnere in miniatura. Lei sorride e mi sussurra: "stanotte non dormirà al pensiero di come possa essere possibile che il libro bianco sia diventato colorato".
E' magia G., è semplicemente magia. E tu lo sai!
Cannuccia
lunedì, settembre 17, 2007
Sabato pomeriggio a Cusighe.
Tirami i bracciali, i pantaloni, e il camice.
E mi piace chi mi dice "qua bisogna che li facciamo ridere".
E la dottoressa Potaci che ci racconta di Ivo.
"E poi, a Cusighe c'è Ivo. Un sorriso che non lascia scampo, Ivo. E una
diagnosi, uguale. Piegato, stanco di sentir parlare di lui in terza persona, stanco anche del bavaglio a fiori e stanco forse della frutta frullata che se ne sta scolpita nel menù del centro da un milione di anni.
Ivo, all'inizio, sembra un po' stanco. Anzi, secondo me se potesse parlare, direbbe: ne ho piene le tasche, mia cara pagliaccia, di star qui a farmi spostare. Mia cara pagliaccia, la frutta cotta mi esce da non dico dove. Mia cara pagliaccia, qualche volta è bello essere adulti perchè puoi dire le parolacce.
E lui non può mica, in realtà. Non può dire neanche una parolaccia piccola
piccola, tipo "scoreggia". Condannato da una diagnosi ad essere un eterno
bambino. Ed ecco perchè, ogni volta che me ne vado a trovarlo, io Ivo lo
corteggio.
Per me, gli occhi di Ivo sono bellissimi. Ed anche le sue mani, lunghe ed
eleganti, che disegnano svolazzi nell'aria. Ivo lo corteggio perchè lo so
che se potesse parlare, mi spiegherebbe la noia dei pomeriggi passati
piegato su una sedia. Gli faccio la corte, sotto l'occhio divertito delle
infermiere.
Perchè agli occhi di ivo non si sfugge. Pieni e magnetici, ti guardano,
forse ti vedono, di certo non ti lasciano scampo. e ti domandano attenzione.
Se devi passare un pomeriggio a cotrteggiare ivo, è meglio che ti armi di
pazienza. perchè Ivo non parla, ma comunica. comunica con le mani e tocca e ride. Poi, all'improvviso, fiorisce. Se qualcosa lo interessa, si alza, si tende nello sforzo di vederlo da vicino e poi scoppia in una fragorosa
risata. Ivo che ride, è come quando corri sotto la pioggia. Come quando
assaggi la marmellata con il dito. Come quando fai un passo di danza per
strada. Come quando fai girare le ruote della bici in discesa. Ivo che ride sono perle colorate che crollano dal tavolo sul pavimento. E' per questo che Ivo io lo corteggio. Perchè non ride facilmente, bisogna saperlo conquistare. E allora via! maialino morbido che atterra sulle guance, bacini, canzoni, la gnola della mucca invisibile, sbuffi, grida,
campanellini blu, pollo di plastica, passetti. Una faticaccia, si dirà.
Ma per le perle sul pavimento ne vale la pena".
Potaci
giovedì, settembre 13, 2007
Tra un'ora il dottor Cirillo tornerà in corsia, a Feltre, dopo un mese e mezzo di avventure indiane e momenti di riflessione. In realtà il camice fiorito (o infiorato, come sostengo io) ha già colorato, insieme ad una trentina di altri camici, piazza Maggiore di Feltre, domenica scorsa, nel corso della rassegna per artisti di strada Voilà. Dalla confusione e dall'aria aperta, passo oggi al silenzio del corridoio ospedaliero e ai suoi letti dal profumo di bucato e raffreddore.
In realtà non mi sembra di essere stato assente. E persino l'India, a due settimane dal mio ritorno, mi sembra addirittura più lontana di quello che già è.
Sento comunque un bel desiderio, sotto le scarpe. Quello di muovere un po' le mie mani, di salutare, annuire, chiedere permesso. Ho voglia di vedere facce, occhi anche chiusi, piedi sotto le lenzuola.
Oggi il caso ha voluto che incontrassi Erik, nostro tiroclown, che proprio la settimana prossima comincerà, insieme agli altri, il tirocinio a Vicenza. Mi ha chiesto consigli, suggerimenti, opinioni. E per un attimo mi sono ritrovato a Vicenza, immerso nelle sere di fine inverno, che ci hanno portato in quell'inizio del 2004 ad indossare camici mai usati, nasi rossi di fresco, prime emozioni e chincaglierie. Di tempo ne è passato sul serio. In tre anni, almeno al sottoscritto, è capitato di tutto.
Eppure mi stupisco ancora, e te lo dedico questo pensiero Erik, di come anche oggi, sentire che finirò in corsia con camice e tutto, mi dia una sorta di tepore misto ad eccitazione... "Mary Poppins, non riusciamo a dormire: siamo troppo eccitati", dice Michael a M.P. prima di coricarsi e dopo aver visitato il disegno di Dick Van Dike, quello della giostra dei cavalli e di "supercalifragilistichespiralidoso"...Non riesco a fare nulla, se so che tra meno di un'ora mi ritroverò in corsia... e voglio sia sempre così...
Tra poco più di una settimana si parte anche per la Sardegna. Io le ciabatte le porto.
Cirillo
mercoledì, settembre 05, 2007
Di fatto le montagne non mi sono mai piaciute.
Sarà che si sentono più vicine al cielo di quanto possa sentirmicisi io, sarà che non mi permettono sempre di vedere dove va a cadere questo benedetto cielo, sarà che l'aria del mare o la pianura ondeggiante mi hanno sempre rilassato ...
... sarà che c'è gente sparsa, ultimamente ...
A Vicenza Monia e Mirko sono da due giorni mamma e papà.
Saponetta se ne sta a Padova da qualche giorno immersa in un asilo nido.
Il dottor Scorrano, che proprio questa notte tra una pagina e l'altra dell'ennesimo libro di John Fante, mi è tornato in mente, e avrei voluto dirgli qualcosa di importante, mica buonasera dottore, beh, il dottor Scorrano se ne sta sicuramente in collina, in mezzo al giallo Toscana.
Potaci è a Bologna, e vorrei essere anche lì un po', a godermi i portici e la gente che passa, che in montagna ce n'è sempre poca.
Giovanni dice al telefono che scrivo bene, e vorrei scrivergli che mi manca. Lui e tutto il resto.
A Rovigo c'è Biglie, ma prima o poi il vento lo riporterà qua.
Tabata riceve proposte di lavoro, e mi rallegra questa cosa, che succede a qualcuno a cui vuoi bene, no?
E poi domani sera me ne vado ad Asolo ad ascoltare Paolini che recita e dice su le poesie, in piedi su una sedia, magari.
La gente è sparsa.
Quella importante, dico.
Ero sparso anch'io, fino a qualche giorno fa.
Sono tornato da quasi una settimana, e mi sono ritrovato in mezzo.
Quella sensazione di trovarsi in mezzo. Non di lato, o sopra o sotto, ma in mezzo.
Ecco perché le montagne, di fatto, non mi andranno mai giù. E' impossibile sentirsi in mezzo, con loro, ti chiudono, ti soffocano, poi piove... In mezzo a un prato, invece, in mezzo a una distesa verde, che al massimo va un po' su e poi torna giù... In mezzo. In mezzo alla gente sparsa.
Oggi sono contento di conoscere tutta questa gente sparsa.
E sono contento di essere stato sparso anch'io.
Dell'India racconterò, a pezzettini.
Intanto mi godo gli amici, gli amori, e qualche sogno, che vediamo se mi riesco a farlo venire bene.
Un abbraccio ai tanti che si sono fatti sentire durante e dopo il viaggio.
Ci risentiamo tra un po', gente sparsa.
Cirillo
|
|