Esperienze ed emozioni di un clown in corsia
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lunedì, aprile 30, 2007


Certi fiori escono dai vasi.

- Tentativo di drammaturgia in più atti, ma da una vita sola -

In scena: un banco da fiorista, un cestino dei rifiuti, una panchina.

Primo atto

(Entra un clown)

Clown: L'equilibrio è come il gambo di un fiore. Da qualche parte è reciso, termina. Da qualche altra, fiorisce. Camminarci sopra è segno di indifferenza, noncuranza, al massimo ricrescerà più in là. Infilarlo in un vaso, è segno di speranza. Tenerlo per mano, è segno di fiducia.
L'equilibrio è come il gambo di un fiore giallo. Prima o poi lo appoggi sul parabrezza di una macchina rossa, abbandonata accanto a un marciapiede di Bucarest.

(Esce il clown, entra il passante)

Passante: Oggi compro un fiore. Dieci lei. Un fiore giallo. Una margherita. Tanti petali. Un gambo solo. Un fiore. Posso sceglierlo, se voglio. Ce ne sono talmente tanti in quel vaso. Oppure, posso affidarmi al consiglio del fioraio. Di un fioraio, a caso. Ce ne sono talmente tanti a Bucarest.

(Il fioraio compare da dietro il banco).

Fioraio: Zitti. Che la mia vita fa angolo.
Passante: Vorrei comprare un fiore giallo.
Fioraio: Giallo.
Passante: Giallo.
(Il fioraio coglie un fiore dal vaso)
Passante: Bene. Quello va bene.
Fioraio: Perché, se fosse andato male, avrebbe avuto il coraggio di dirmelo?
Passante: Credo di sì. Certo. Il cliente ha sempre ragione, no? Non dite così, voi commercianti?

(Entra il bambino, col sacchetto di colla, soffia e aspira, passa accanto ai due).

Fioraio: Quello va male? (Dice indicando il bambino che sniffa la colla).
Passante: Quello va male.
Fioraio: E allora, se il cliente ha sempre ragione, perché non glielo dice?
Passante: Mi scusi, ma non devo mica comprare questo ragazzino.
Fioraio: Non è forse lei un passante?
Passante: Certo.
Fioraio: E in questo momento è nella strada, no?
Passante: Certo.
Fioraio: Fino a pochi minuti fa stava camminando, no?
Passante: Certo.
Fioraio: Come quel bambino, lei è qui, in mezzo a una strada, sul marciapiede, calpesta lo stesso marciapiede, lo stesso asfalto...
Passante: Dove vuole arrivare?
Fioraio: Non lo so... E' lei che sta camminando per la strada, mica io. Io sono qua che vendo fiori. E' lei che sta andando da qualche parte, e che ha deciso di comprare un fiore.
Passante: Certo. Un fiore giallo, e lo sto ancora attendendo.
Fioraio: Se le dò questo fiore, secondo lei, chi appassisce per primo?
Passante: In che senso?
Fioraio: Tra voi due, dico, chi appassisce per primo, il fiore o lei?
Passante: Che domande! Il fiore!
Fioraio: Ah. Quindi lei tiene in mano qualcosa che è molto più debole di lei.
Passante: Credo di sì.
Fioraio: Purtroppo in questa strada non siamo tutti uguali.

(Il fioraio esce dal banco, si avvicina al cestino, e butta il fiore giallo. Il bambino si siede sulla panchina)

Fioraio (rivolgendosi al pubblico): Ora sta a voi riprendere quel fiore e far alzare quel bambino. Prima che le forze per rialzarsi siano del tutto sparite.

(1. Continua)

Cirillo
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sabato, aprile 28, 2007

Ultimo giorno di sporco.

Cannuccia mi fa: "E' quasi finita anche questa esperienza. Dura. Cruda. Fredda. Polverosa. Ma piena. E forse e' questo l'importante".

Io le faccio: "Dove le metto tutte le mani di questa settimana?".

Lei mi fa: "Teniamole tra le nostre. Ma facciamole accarezzare anche a tutte le persone che, seppur lontane, ci sono state vicine in questo viaggio"

E allora io: "E l'odore che mi si e' appiccicato addosso?".

Lei: "Facciamo cosi'. Teniamo anche quello addosso. Che parla da solo. E facciamolo odorare a chi incontreremo in futuro."

Io: "Adesso mi siedo in questo cortile che non e' cortile, in questa mensa che non e' mensa, in questa aula che non e' aula. E aspetto parole incomprensibili, gesti inesatti e polvere zingara. Il resto tanto lo trovero' quando mi rialzero', che quello non scappa".

Cosi' lei risponde: "Tienimi il posto vicino a te."

A Bucarest niente e' vicino.
A domani.

Cannuccia e Cirillo
postato da cirillo alle 20:50 | link | commenti (2)
giovedì, aprile 26, 2007

Una gomma lascia spazio o al resto del disegno o a un foglio bianco.

Infilato in un tombino, scrivo questa sera.
E vi dico che rimarra' aperto.

Da Bucarest, volti e facce hanno le solite altezze.
Ma sono rivolti alla strada.
Alla polvere. All'odore dell'asfalto.

Torneremo presto in superficie.
Alla nostra quotidianita', mica alla loro.

Grazie che ci siete sempre.
Anche a Bucarest.

Cirillo

PS. Grazie a PARADA.
postato da cirillo alle 21:04 | link | commenti (2)
sabato, aprile 21, 2007

Vado un po' a tentoni, a Bucarest.
Tasto sul comodino alla ricerca dell'interruttore.
Per vedere che ora è, e se mi sono svegliato prima o dopo.

La percepisco difficile, questa volta.

Chiudo tutto domani mattina.
Serrande, computer, lavoro. Lavori.

Nella valigia c'è troppo, ma in realtà, a pensarci bene, non credo mi basterà. Vorrei sentirmi più pieno, e invece ho l'impressione di partire un po' vuoto, convinto ma titubante, eppure siamo in trenta, in trenta su un autobus a Bucarest, ma non si faceva prima a noleggiare il pullman?

Andiamo dagli zingari. Quelli poveri. Quelli che scappano.
Andiamo da chi se ne scappa sotto terra, perché il cielo gliel'hanno rovinato.
Andiamo da quelli che sono stati sotto la tirannia.
Andiamo da quelli che vengono a cercare l'America in Italia, ma l'America non è nemmeno più in America.
Andiamo da quelli che si prostituiscono. Da quelli che sniffano.
Andiamo da quelli che rubano.

Andimo da quelli che chissà perché ma succede sempre, sono diventati un luogo comune, non persone:

extrairregolaricomunitaribadantibadatevenditoriditappetipusherassassiniladriparlaitalianochenonsicapiscemirapisconoilfigliogiostrai aaaaaah basta!

Cazzo. Mica vado a cambiare le cose.
Vado a Bucarest. Con naso rosso e tutto il resto.
E voglio proprio vedere quanto c'è e quanto non c'è più.
Coi dubbi in tasca.
Ma, oh, non vado mica a cambiare le cose.
Vado a prendermele in faccia.
Come sempre.

E poi mi fido di Miloud.

Cirillo

Ps: mi mancherete, a tratti e a puntini...
postato da cirillo alle 20:49 | link | commenti (2)
mercoledì, aprile 18, 2007

Scusatemi. Ieri mi sono innamorato di una frase.
Capita. No, dico: capita.
A pronunciarla, il dottor Stiv.
"Quando entro lì, mi sento piccolissimo".

Per ora facciamo finta che il contesto non ci sia.

Ad emozionarmi è stato proprio il "sentirsi piccolissimo".
Un qualcosa simile a quello che poteva provare la signora Minù, quella dei cartoni animati su Bim Bum Bam. Grazie al suono di un campanellino attaccato al cucchiaio da tè che portava al collo, la signora Petterpot diventata alta una tazzina da caffè, e si aggirava tra tane di topi, giardini di casa e assi del pavimento impolverato. E pur essendo minuscola, riusciva ad offrire il suo aiuto a chi più ne aveva bisogno.

Quel "sentirsi piccolissimo" mi ha ricordato inoltre il nostro "piano piano", "ssst", "permesso, possiamo disturbare": l'affacciarci, quasi minuti, ad una porta di una stanza, e con gli occhi e il naso bene in vista, chiedere con semplicità se sia possibile entrare oppure no. Piano piano, sst, permesso, quasi senza disturbare, piccolissimi, come farebbe un gatto attento a dove mette le zampe prima di entrare in una stanza di una nuova casa.

E quel "sentirsi piccolissimo" non ha pure la forma di dita? Le dita delle nostre mani. Anche dei piedi, perché no. Dita con marionette per dita. Dita calde e frenetiche. Dita con matita. Dita con fazzoletto. Dita nel naso e nelle orecchie. Dita tra i capelli, sulla pancia, sulla schiena. Dita in tasca con sorpresa. Dita magiche. Dita piccolissime.

Sentirsi piccolissimo, di fronte a ragazzi, uomini e donne, portatori di una disabilità definita "gravissima". E' un'immagine splendida. E' un sentirsi, a mio parere, perfetti, in quel momento. Non perché vi sia diversità o difficoltà o distanza tra me e loro. No. Credo, però è Stiv soltanto che me lo può confermare, che il "sentirsi piccolissimo" sia lo stesso sentirsi che si ha addosso nel momento in cui un tuo amico, o una tua amica, diventati papà e mamma per la prima volta, ti affidano in braccio il loro bambino. Per un saluto. Per dargli un bacio. Quel momento, in cui fiducia, amicizia, imbarazzo, insicurezza, dolcezza, calore, desiderio, tutta questa pioggia, ti cade ddosso, tipo secchiata d'acqua in piena agosto dal terrazzo. Ed è lì che queste emozioni che la nostra persona filtra, come si fa con il liquore buono, passano nel nostro naso rosso, che le contiene tutte, mescolandole, per poi rovesciarle non appena sarà il momento.

"Sentirsi piccolissimo".

Sarà per questo che le api fanno il miele.

Cirillo
postato da cirillo alle 14:12 | link | commenti (8)
martedì, aprile 17, 2007

Hanno cominciato a tagliare l'erba, qua da noi.
E il profumo che solitamente compare nei primi giorni estivi, è apparso a metà aprile.
E allora taglio, sfalcio, passo anch'io.

Sfalcio velocemente alcuni occhi incontrati nelle ultime settimane in ospedale. C'è stata una volta che ci siamo ritrovati io, Paolino e Potaci, davanti ad un vetro dell'isolamento, ed era un po' che non ci capitava, e sebbene fossimo in tre, lo spazio non era per nulla stretto, e dalle testoline abbiamo tirato fuori così tante cose, che alla fine il bimbo che ci sorrideva dall'altra parte ha dovuto aprire per un attimo la porta e farcele entrare.

"mi dispiace che i clown bravi oggi non siano venuti" (Potaci)

Ripeti "formaggio". E giuro, ripeteva "formaggio". E ripeteva i sorrisi, le urla, i classici gesti di chi sta tentando di far contenta se stessa e la mamma che gli sta accanto.

"per ogni bolla, un pensiero: se scoppi quella secondo me esce un veliero in mezzo al mare, e in quella invece c'è nascosto il giallo" (cirillo)

Serata India ad Auronzo, serata India a Sospirolo, serata India a Meano. Sfalcio fotografie, ricordi, che cominciano ad avere una certa età, come il sottoscritto.

"questo è Giovanni, il bimbo indiano che abbiamo adottato con la nostra associazione, e devo riconoscerlo, assomiglia tutto al papà" (cirillo)

Sabato spettacolo al Campo Nomadi di Bologna, per i bimbi rumeni. Una ventina di pensieri sparsi, per un intero pomeriggio di sole, giochi e bicchierate d'acqua sul sedere. Continuo ad incontrare persone. Spero di non farci mai il callo, che se no non mi emoziono più. Mi sono sporcato bene bene.

Domenica parto per Bucarest.
E mi mancherete, a tratti e puntini.

Cirillo

postato da cirillo alle 11:55 | link | commenti (3)
giovedì, aprile 12, 2007

Tiro un filo.
Da un estremo all'altro della mia coscienza.
Non troppo tirato, che le certezze che sto per appendere ad asciugare sono fin troppo pesanti.

E' giunto il momento di mettere fuori ad asciugare le mie cose.
Sgocciolanti. Mi bagnano il prato, il terrazzo, la strada sotto il balcone.
Profumano di ammorbidente.
Alcune sono proprio vecchie.
Altre bucate. Altre nuove di pacca.
Colorati e bianchi tutti insieme.
La lavatrice spande da qualche mese a questa parte.
Ma "trum trum trum" funziona, che una volta c'ho persino fatto l'amore.

Passa le mollette.
E uno, e due, e tre.
Sfilano le mie certezze.
E quattro, e cinque, e sei.
Sfilano i miei dubbi.
E sette. E sette. E sette.
Mi fermo al sette, che adesso ci sono i calzini.

Ho tirato il filo.
Che adesso pende un po'.

Qua vicino, nel quartiere, ci sono quelli che hanno i fili ben tirati.
Che sciocchi, direbbe Tabata.
Se un filo lo tiri troppo rischia di spezzarsi.
Hai voglia poi a fargli il nodo. Due nodi. Tre nodi.

Ci sono coerenze come fili, troppo tirate.
E il problema si pone nel momento in cui, a questa coerenza, cominci ad appendere la roba ad asciugare. E tanta roba. Poi ci si posano sopra gli uccellini. Poi la vicina del piano di sopra ci butta per sbaglio l'acqua con cui ha lavato il bagno. Poi arriva il vento, quello giusto, che deve per forza tirare. Poi arriva il ragazzino pestifero e fa di tutto per allungare le braccia e tirarti giù. E la coerenza si spezza. Perché? Perché è troppo tirata, mica per altro.
Perché se la coerenza è invece abituata ad essere appesantita da dubbi, domande, curiosità, strattonamenti vari, confronti e aperture, si abituerà a starsene un po' molle, d approfittare del vento per fare sventolare i suoi panni, a godere del peso di un paio di calzini colorati.

E lo so che anche l'elastico che tiene il vostro naso rosso, se si va ben a vedere, non è poi così tirato. O almeno. Non quello di tutti.

Ho messo fuori la roba ad asciugare.
Perché il sole me l'avete prestato voi.

Cirillo
postato da cirillo alle 12:45 | link | commenti (2)

Io credo alla magia
Non ai falsi nodi o ai libri che si colorano...
credo proprio alla magia.
Quella che ti fa sentire che il tuo cuore batte all'unisono con quello della persona che ti sta davanti, senza che questa persona tu l'abbia mai vista.
Quella che fa suonare il telefono proprio mentre stai piangendo.
Non credo al caso o alle coincidenze
Credo proprio alla magia.
Quella che ti fa trovare la parola giusta al momento giusto
la persona giusta al momento giusto
il cartellone giusto al posto giusto...sotto i piedi.

Io credo agli gnomi e alle fate,
non a quelli con il capello a punta o con le ali,
ma a quel pezzettino di aria che si nutre di sorrisi e di sensazioni forti,
che ti manda messaggi forti
te li grida nelle orecchie,
ti fa capire se ti trovi sulla strada giusta.
Credo a quel pizzicorino che senti improvvisamente dietro alle orecchie
che ti invita a stare all'erta, quando meno te lo aspetti.

Io credo alla magia
Ci credo fermamente
Oggi più che mai

Anna
postato da cirillo alle 12:34 | link | commenti
mercoledì, aprile 11, 2007

Mi sento macchiato,
come dai fiori un prato.

Cirillo
postato da cirillo alle 13:42 | link | commenti (1)
venerdì, aprile 06, 2007

Mi è stato concesso di incontrare, toccare, baciare, sentire tante faccie diverse...facce squisitamente umane...
a queste facce dedico una poesia di (E.Zamponi e R. Piumini)

Faccia

Una faccia vale una poesia.
Solitamente
Nei buchi del naso
ha mostri orribili o buffi.
Nel giro delle orecchie
le parole si perdono in ciechi
echi.
La bocca ha morbide labbra
e denti di diamante e lingua sciolta
o legata.
Una faccia
ha guance e mento e fronte
naso montano dritto aquilino
brufoli dove inciampa la bellezza.
Poi
una faccia ha occhi
neri castani azzurri verdi:
ha due occhi: così due, così occhi
che nemmeno la morte li sa serrare.

Occhi che sparano silenzio e amore.

tabata
postato da cirillo alle 16:48 | link | commenti (3)
mercoledì, aprile 04, 2007

Vorrei avere in mente una canzone, adesso.
Da trascrivere, da citare, da storpiare.
Ma sono in disordine.
Scusate, avete chiesto anche permesso, appena vi siete presentati sulla porta, e io da scemo vi ho detto "non guardate il disordine"...
C'è tanta di quella roba fuori posto in questo monolocale chiamato esistenza...

Mettiamo da parte per un attimo tutto.
Rimaniamo con che cosa?
Con quello che è capitato qualche giorno fa.

Avrei dovuto dire molto di più.
Avrei dovuto arrampicarmi su certe persone, e infilarmi nelle loro vite.
Una serie di emozioni frastornanti, esauste al termine del giorno, ma piene. Succose. Ciccione. Emozioni ciccione. Con le mutande che le tagliano a metà. Enormi. Pesanti. Esondanti. Sconfinanti. Ciccione proprio. Che a salire sull'auto fanno fatica. Che tirano il fiato dopo due scalini. Emozioni ciccione!

Le voglio. Le voglio sempre.

Tardo pomeriggio estivo, fine giugno, "è pronta la cena?", "tra mezz'ora!", goditi il fresco allora della terrazza, finestra aperta, il sole che scende ma c'è ancora luce, pronti che vado a giocare a nascondino alle ottoemmezza giù da basso, c'è anche Marco, "non fare tardi", tanto quando salgo mi bevo una coca cola e poi mi leggo "L'isola del tesoro", che sono già a metà.

Prenditele, le emozioni, in piena faccia.
Sfido chiunque a riassumere, a circoscrivere in un foglio, quanto è stato vissuto venerdìsabatodomenica. Voglio rimanere con le emozioni ciccione! Ciccionissime! Lardose! Panzone! Golose! Grassone! Non voglio più essere magro!

Adesso prendo queste emozioni ciccione, e domani le porto in corsia.
Le faccio rotolare lungo il corridoio. Le butto dalla finestra e le faccio rimbalzare.

Una cartolina da Sassari è il minimo desiderabile. Mare. Occhi. Quelli dell'Ape Gaia. Quelli di Gocciola. Quelli di Piccolo. Quelli di Fragolina. Occhi da mandare via bottiglia. S.O.S. Help me! Aiutatemi, sono pieno di emozioni ciccione, non voglio guarire, mi sento gigante.
Cirillo gigante. Enorme. Che se lo vedi gli dici: "Spostati, che mi fai ombra".

Grazie.

E' facile essere sereni. E voi ne siete la formula matematica. L'amalgama chimico. Il libretto di istruzioni. La spiegazione etimologica. Il simbolo. La data esatta. Il punto sulla mappa che cercavo.

Punto.

Due punti.

Si ricomincia. Si prende quello che si prende.
Si conosce. Si capisce. Si è se stessi.
Non sali. Non scendi. Rimani al tuo piano.
E gli altri sono tuoi vicini di casa.
Apri la porta. "Permesso".
"Scusate, c'è disordine".

Avessi avuto un cerchio.
Lo avrei tracciato a matita.
Delicatamente sul foglio.
Avrei lasciato cadere la matita.
Di punta.
Il foglio è ancora lì.
Avessi avuto un cerchio.

Siete stati perfetti.

Un pianto.

Cirillo
postato da cirillo alle 18:44 | link | commenti (3)