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lunedì, maggio 29, 2006
Io conosco una bimba il cui nome significa "felice".
Non è mica facile avere un nome che significa "felice".
No, no!
Intanto occorre che in testa ti crescano due bei codini, che al cuscino facciano i dispetti. Uno.
Due, se ti viene da sorridere ricordati che potresti essere contagiosa.
Tre, tutto ciò che ha a che fare con un paio di calzini colorati lo devi ben tenere attaccato ai piedi.
Avere un nome.
Essere chiamati per nome.
Saperlo scrivere su una cravatta gialla.
E avere bene in testa la propria fantasia, a forma di codini.
Come si fa a starsene in un letto di ospedale sapendo che il proprio nome significa "felice"?
Come fai a non piangere, a non spingere quel muso sul cuscino, perché stai male, e anche il letto lo deve sapere?
Quella volta che vi capiterà di dare un nome a un bambino o a una bambina, guardateli in volto, mentre con le manine strette se ne stanno rintanati nella propria vita. E pensate a un desiderio. Il più forte che vi viene. E vedrete che saranno in tanti poi, i bimbi, il cui nome significherà "felice".
A chi ha troppo da scrivere, per potersi permettere di tenersi le emozioni per sè.
Cirillo
giovedì, maggio 25, 2006
E' un po' come la speranza.
Quella che perde i capelli.
Ultimamente mi lamento poco, rido mentre vado in macchina.
Dormo pesantemente, ma le notti cominciano ad essere corte.
Ripenso a delle foto in bianco e nero, e ad una canzone che fa più o meno così.
Leggo poco. Il camice se ne sta un po' troppo piegato.
Non vedo più tanti miei cari amici. E ho trovato un nuovo lavoro.
L'ansia che da sempre ho dentro di me fa a pugni con qualche certezza in più.
Ho tanto da ricordare, ma ancora di più da vivere.
Vorrei provare delle emozioni in ospedale. Sono sempre più rare.
Vorrei avere il tempo di pensare per un intero pomeriggio alle banalità, e non al fatto che devo scrivere, devo fare questo, mi hanno chiesto quello.
Vorrei capirci un po' di più su chi a 12 anni perde i capelli.
Vorrei raccontare barzellette che fanno ridere. E vincere un concorso di poesie.
Si sta presto a dire che le fineste è meglio tenerle aperte con la temperatura che fa, e poi meravigliarsi se qualcuno acquista un maglione di una taglia più grande.
Ecco. Vorrei scrivere centinaia di frasi come quella che avete appena letto, e vincere il premio Nobel.
Vorrei che il mio naso non ciondolasse così visibilmente quando sono in servizio.
Penso che gli farò un bel nodo su quell'elastico, prima o poi.
Sostengono che i clown siano la mia vita. Mai giudizio fu così tanto affrettato, e sbagliato.
Tornare a scrivere ogni giorno, su queste pagine virtuali. Ecco quello che vorrei.
Voi che cosa dite?
Che cosa avete da dire ultimamente?
C'è qualcosa che vi sta andando male male male?
State perdendo i capelli?
Siete sempre stanchi?
Non capite i perché che qualcuno cerca di suggerirvi solo perché è più grande?
Vedere una lacrima che scende piano.
E appoggiare un dito al mio naso, per creare il silenzio.
Dire che va, che sta andando. Sottovoce.
E guardare quegli occhi che hanno appena perso un po' della loro felcità, rapita da quella lacrima.
Affacciarmi alla malattia, a ciò che non ho dentro e non ho fuori.
Non essere contento per ciò che sto facendo, e non stupirmi se chi ho di fronte sorride.
Essere consapevole che nulla andrà mai bene dentro quel dentro e fuori quel fuori.
Lasciare perdere. Non insistere. Rimanere seduto a guardare ciò che è appena capitato.
Non permettere che altre persone possano comprendere questa mia incomprensione.
E soprattutto rispondere a chi mi chiede "come va?", con l'onestà che mi appartiene.
Tutto questo. Tutto questo è in una testa che sta perdendo i capelli.
Perché non va per forza bene. Non va.
Dottor Cirillo
martedì, maggio 09, 2006
Ultimi eventi in cui sono comparsi dei nasi rossi bellunesi in queste ultme settimane. Un qualcosa che ha a che fare con l'affetto e il volersi un po' bene a tutti quelli che abbiamo incontrato e apprezzato sentimentalmente. Dottor Cirillo.
GIOVEDI' 20 APRILE, la dottoressa Memole e il dottor Cirillo hanno presentato il film documento Clownin' "Kabul" al gruppo di studenti OSS, seconda lezione sul nostro operato; alla prima avevano partecipato la dottoressa Cannuccia e la dottoressa Memole.
SABATO 22 APRILE, spettacolino sulla pace e testimonianza Palestina alla scuola elementare di Polpet. Vi hanno partecipato le dottoresse Cannuccia, Memole, Saponetta, Primavera, e i dottori Paolino, Cirillo, Stiv, Drin.
SABATO 29 APRILE, secondo incontro preparatorio per spettacolo di giugno con gli amici di Villa Anna. Nel corso dei laboratori sono state costruite le storielle, con le parole che ci fanno ridere, e sono state fatte le prove dei balletti. Presenti: dottor Paolino, dottoressa Cannuccia, dottoressa Tabata.
SABATO 6 MAGGIO, si torna alla Casa di riposo S.Stefano: il dottor Stiv e il dottor Drin hanno raccontato la storia del "bus de la volp", e il pomeriggio si è concluso tra mille indovinelli e tanti baci.
DOMENICA 7 MAGGIO: i dottor clown di Belluno erano contemporaneamente presente a Civitas, la fiera del volontariato di Padova, con il dottor Paolino, le dottoresse Cannuccia e Sbriciola, e la tiro-clown Angela, e in piazza ad Arten per la fiera di San Gottardo, dove i nostri eroi hanno fatto la giuria della gara di torte (30 torte diverse!); la giuria era composta dalla dottoressa Tabata e dai dottori Bacillo, Cirillo we Drin. Le offerte raccolte in questa occasione andranno per il progetto India, così come quelle raccolte a Civitas. Ecco la piccola testimonianza poetica della dottoressa Tabata su ciò che è avvenuto ad Arten...
"Se la Vita fosse una Torta...
Vorrei potesse avere 1000 gusti, almeno 7 strati, così ad ogni assaggio c'è sempre qualcosa da scoprire, e puoi persino scegliere di togliere le ciliegie candite, perchè sono così graziose che mangiarle è un vero peccato.
Esagerata...!!!
Se la Vita Fosse una Torta basterebbe fosse fatta con Amore e un pò di latte (il latte ci vuole sempre) e avesse il sorriso di chi soddisfatto l'ha cucinata, proprio come le Mitiche Signore di Arten (ha partecipato pure un uomo! Grande!).
Un Abbraccio a chi a fatto le Torte, a chi le ha assaggiate, a chi le ha premiate e a tutti quelli che poi, felici, le hanno mangiate".
Tabata
martedì, maggio 02, 2006
Il tempo passa, dicono.
E' che forse passa dalla parte sbagliata.
Sono passati due anni e più dalla prima volta in cui ho infilato il camice.
E' passato un anno dal viaggio in Palestina.
Sono passati più di tre mesi da quando ho girato una chiave, per aprire un'altra porta.
Passare. Passare. Passare.
E' un po' come quando passi la palla, durante una partita, e dopo pochi attimi vorresti riaverla tra i piedi, per far vedere un po' a tutti quello che sai fare.
Negli ultimi tempi ho partecipato a diverse riunioni in cui si è fatto un gran parlare di gruppo.
Un gruppo partito in un certo modo, che si è evoluto in un altro, e che sta proseguendo per la sua strada. Un gruppo che ha perso alcuni suoi componenti, ma che ne ha guadagnati altri. E' fisiologico, si diceva ad una di queste riunioni.
Un gruppo che ha comportato una serie di cambiamenti nella vita di ognuno di quelli che ne hanno fatto parte, e anche in quelle di chi chi in realtà non ha mai avuto a che fare con il gruppo in se.
Ma queste sono altre storie.
La storia vera invece è quella del "passare".
Il gruppo sta passando.
Con tutti i suoi come, perché, quando, chi.
Una specie di isola volante che transita in cielo, in più luoghi, che osserva dall'alto quello che accade, e che ogni tanto si posa pur di trovare un attimo per riprendere fiato.
Non si può infatti pensare di rimanersene sempre appesi al cielo, lontani dai problemi delle proprie vite, soltanto perché il gruppo un po' ci protegge. Non si può pensare che un naso rosso abbia sempre al suo fianco un sorriso. Non si può sempre pensare di avere delle scusanti, perché tanto funziona così, e basta.
Gruppo vuol dire affrontare. Vuol dire rapportarsi.
La paura di una convivenza farebbe fallire qualsiasi matrimonio.
Non bisogna aver paura di affrontare i pensieri e le teste degli altri.
Le teste sono diverse, ed è proprio perché ognuno di noi vive le emozioni in modo diverso il gruppo funziona. Io imparo dagli altri, e gli altri magari imparano da me.
Il fatto di aver paura di una convivenza mi lascia un po' perplesso.
Pur avendo teste diverse le persone possono convivere.
Si litigherà? Si discuterà?
Certo, però c'è anche la maturità. La maturità che ci porta o a chiedere scusa o a riavvicinarsi per dire "ok, però cavolo...", o a stringere nuovamente mani e piedi, consapevoli che un po di più ci siamo conosciuti...
Rispetto e onestà.
Le ho buttate là, perchè in fondo scrivere di queste due parole, in questo momento, sarebbe soltanto fare della retorica.
Fatene quello che volete.
Per me potete anche accartocciarle e buttarle nel cestino.
Quello che però vorrei passasse (il verbo "passare", appunto) tra queste righe è proprio quel senso di appartenenza ad un gruppo che continuo a sentire mio. Non vedrò tutti periodicamente come faccio con alcuni. Non andrò con tutti a prendere il caffè quando capita. Non uscirò dalla mia vita per ritrovarmi in quella di qualcun altro così spesso come facevo una volta. Però sono felice di sapere che qualcuno di voi si sposa, che qualcun altro si è laureato, che qualcun altro ancora sta comprando casa.
Per il resto ho una vita anch'io, che sta passando.
E ogni tanto vorrei fermarmi alla stazione, e farle ciao ciao con la manina mentre veloce scorre sui binari. Almeno questo.
Sono cambiato? In questo momento penso che ne sia valsa la pena. Poi vi saprò dire.
Abbraccio. Cirillo
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