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giovedì, marzo 30, 2006
Il potere di una preghiera…
Quando si va in geriatria è fondamentale tener presente che la pelle fa le rughe e i capelli diventano bianchi e che i giorni passano e diventano anni …Però ciò che è davvero importante non cambia mai …e che le Convinzioni non hanno età…
E’ veramente difficile accettare la morte…di chiunque…a qualsiasi età …in qualsiasi condizione…Facile trincerarsi dietro la retorica di una frase” Piuttosto che soffra…” !!!
Quando sei lì che aspetti che la morte venga a raccogliere chi ti è vicino, chi ti ha dato la vita puoi avere 10-20-30- ..50-60-70 anni…e ti viene solo da piangere!!
…Perché? Perché pensi che non lo vedrai più…perché avresti voglia di abbracciare ancora, perché senti la necessità di raccontare un sacco di cose…perché sai che ti stanno portando via un pezzo della tua vita…e che tutto ti lascia un po’ vuoto.. E in quel momento non capisci …fatichi ad accettare.. E hai solo voglia di piangere!!
Anche D. piangeva…e aveva voglia di essere abbracciata e nonostante non fosse più una ragazzina…era disperata…affranta.. Le stavano portando via suo papà e lei forse non era pronta.. Ma possiamo mai essere pronti ad una cosa di questo genere? …E forse aveva paura…e forse.. avrebbe voluto fermare il tempo…..e forse…quando parlavamo non ci ascoltava neanche.. e le veniva anche da annusarlo quel fiore, che non era venuto neanche tanto bene,…e poi era fatto di palloncini!!
E poi…solo: “Andate a dirGli un Ave Maria…questo lo farà stare meglio” …. E noi non potevamo fare altro…
Grazie a tutti quelli che erano con me!
Dottoressa Aspirina
lunedì, marzo 27, 2006
Due settimane fa me ne ero uscito con la frase "adesso mi prendo una pausa".
E credo di aver fatto bene. Non ho prestato servizio giovedì, anche se poi in realtà in otorino il giorno successivo ci sono andato, perché noi dottor clown siamo di parola... Dentro di me però avevo un po' mandato affanculo tutti.
Dalle riunioni, di cui non me ne poteva fregare minimamente nulla, al discorso della confederazione, che ormai un po' mi da la nausea, visto le ultime che ho sentito e recepito. E avanti, con l'ipotesi di andare a convegni, case di riposo, feste, e tutto il resto.
Nausea. Ecco la parola giusta.
Due giovedì fa ero nauseato da tutto questo mondo, da quel mondo che ogni tanto cerco di buttare giù su queste pagine virtuali.
Perché questa nausea?
Perché è difficile ricominciare.
E' inutile negarlo. E' difficile.
E quando senti che è ora di tirare su la testa, tutto il resto, tutto, deve farti lo spazio. E' inutile che ti parlino di distrazioni, di momenti da prenderti per te, di pensieri da azzerare.
Questo è il parere di chi la fa facile.
A volte nella vita ci vuole per forza un vaffanculo generale.
Non fatto con cattiveria, no... Proprio un vaffanculo liberatorio.
Che sei stanco... Stanco...
Quella pausa in realtà non l'ho mai presa, se non mentalmente.
Giovedì scorso ero di nuovo in corsia. E così venerdì. E sabato ero dagli amici di Villa Anna.
Perché voglio bene a questa cosa. Le voglio un bene dell'anima.
Ma sono stanco.
Non riesco a pensare a confederazioni, a convegni, a viaggi.
Sono stanco.
Mi ritrovo in corsia o in qualche stanza, e sento di stare bene.
Ma se devo anche concentrarmi su incontri, convegni, situazioni burocratiche... No, non è tempo. Mi dispiace, non è tempo.
Sono ancora in vacanza. Ed è una bella vacanza.
E credo di meritarmela, dato che in tanti anni non me la sono mai presa.
In questo blog si è già parlato più volte di pause, stanchezza e giramenti di palle.
Voglio tornare ad accarezzare i bambini in corsia.
Voglio tornare a stupirli, ad inventarmi qualcosa che assomigli di più al mondo che non possono vedere.
Giovedì mi sono sdraiato in pieno corridoio e ho fatto le bolle all'insù, bevendo litri di sapone che mi ricadeva in faccia.
Quello è il dottor Cirillo. Quello.
E allora da oggi cercherò sempre corridoi liberi.
Voglio bene a questa cosa.
E sto bene. Sebbene sia stanco. Molto stanco.
Cirillo
martedì, marzo 21, 2006
Da un po' di tempo non vi parlo più di pace.
Beh, ho buttato giù questa.
Un giorno una mano incontrò un’altra mano.
Avevano una grandezza, un colore, una pelle, un’età, completamente diversi.
Avevano entrambe cinque dita; una delle due le aveva meno curate, ma non era un fatto di rilevante importanza.
Una delle due se ne stava in una tasca, a cercare qualcosa da dire.
L’altra tamburellava con le dita su un muro, cercando un ritmo da dare alla propria esistenza.
Si scrutarono, ognuna curiosa dell’altra.
Quella nella tasca sbirciava, se ne stava bene in fondo, al calduccio, e così protetta...
L’altra, sempre tamburellando, faceva quasi finta di niente.
Ad un tratto decisero di salutarsi.
Quella della tasca uscì, e si aprì, sventolando le proprie dita, neanche forse giorno di festa.
L’altra terminò di tamburellare, anch’essa si aprì, e accennò a un saluto veloce, chiudendo istantaneamente le dita.
La più diffidente in realtà era la mano della tasca, che, terminato il saluto, sembrava quasi voler tornare lì dentro. Si vergognava del suo essere mano. Non le piaceva poi chi preferiva entrare in contatto con muri, sporco, polvere.
L’altra mano si soffermò pensierosa, poi sorrise, e chiamò ad alta voce la mano di fronte a se.
Le due si guardarono. La seconda sfiorò per un attimo la prima, che si ritrasse, si chiuse in se stessa, e sembrò pronta a partire per colpire. Ma l’altra mano, rimanendo perta, le mostrò il palmo: un palmo pieno di calli e di rughe, ma sorridente e pieno di spirito.
Vedendola così aperta, la mano della tasca si tranquillizzò, si riaprì, e piano piano si avvicino al palmo che aveva davanti. A quel punto le due si accarezzarono, veloci, e piano piano unirono prima le dita, poi il palmo di entrambe, e alla fine si strinsero. Non troppo vigorosamente, né con ipocrisia.
Erano state oneste l’una con l’altra. Si erano mostrate prima aperte, e avevano saputo dialogare. E soprattutto non impugnavano né bastoni né pistole. Si erano fidate. E avevano saputo abbracciarsi.
ULTIME COSE FATTE:
- Da un mese i dottor clown di Feltre operano anche nel reparto di otorino - laringoiatria del Santa Maria del Prato. Grazie per l'ospitalità e la pazienza!
- Domenica scorsa visita alla casa di riposo di Puos d'Alpago: presenti la dottoressa Cannuccia, il dottor Paolino, il dottor Drin e la dottoressa Cangu.
- Domenica 12 marzo siamo stati ospiti ancora del gruppo Scout di Longarone per una testimonianza sul viaggio in Palestina (grazie!).
venerdì, marzo 17, 2006
A tutti i clown da parte del dottor Solletico.
Un raggio di sole in questo grigio che da un po' di giorni mi circonda. Un raggio di sole che viene da un sorriso, lassù, nel cielo. Un abbraccio forte, Solletico, e ricordati... è un po' come la pace, sempre.
"Serenamente
La candela si è spenta. Uno spiffero d’aria maligno di una porta apertasi improvvisamente ne ha affrettato i tempi, malgrado la fiamma si sia opposta strenuamente con quella grinta e quel vigore che l’hanno sempre contraddistinta. Vuoi per spessore caratteriale che per spessore “fisico”, più che di una candela sarebbe meglio parlare di un cero, di quelli simili ad una colonna portante malgrado una consistenza tenera come tenera è la natura umana. Della cera che ha alimentato quella fiamma per quasi 86 anni negli ultimi giorni ce n’era ben poca. Ormai c’era ben poco da ardere, forse solo lo stoppino. Ad iniziare a bruciare sono invece ora i ricordi, i ricordi di una vita: dalle vecchie fotografie sgualcite in bianco e nero ai vecchi racconti di famiglia che sembrano lontani mille anni, dalle calde vacanze estive in campagna tra cremini al cioccolato e pastasciutte troppo cotte alle frequenti visite per raccontarle come scorreva la vita al di fuori di quelle mura ed oltre il telefono, dai piccoli aiuti in casa compiuti col sorriso sulle labbra quando la sua infermità iniziava a dare i suoi sgraditi frutti a quel volto sereno e dormiente sul lettino della rianimazione. Tutto è andato come previsto: una vecchia generazione se n’è andata lasciando il posto a quelle nuove. Guai se le precedenti dovessero sopravvivere alle successive. Questa è la vita. E quella conclusasi dopo una splendida nottata di luna piena è stata la sua vita. Una vita in quei tre mesi passati in geriatria riempita dall’amore dei familiari e degli amici, dal rispetto (contraccambiato) di medici ed infermieri e dall’allegria di quei “cow-boy” dal naso rosso, amici e colleghi di quel nipote che di cercarsi la morosa e di mettere la testa a posto proprio non ne ha mai avuto alcuna intenzione. “Cow-boy” perché “clown” forse non rientrava nel suo vocabolario e l’alternativa “paiazi” era un tantino offensiva. “Cow-boy” per stare al gioco e prenderli un pochino in giro con quella malizia che non le è mai mancata. “Cow-boy” di cui personalmente conservo un preciso ricordo per ognuno di loro. A partire dalla “so’ Stefania”, quarta nipote non di fatto ma d’affetto. E poi Sandro che le ha estorto un sorriso indimenticabile nei giorni più tristi e più apatici della sua degenza. E poi ancora, Joanna, Marta, Milena, Clara, Cristiana, Martina, Alessandra la Grande, Alessandra la Piccola, Paola del Martedì, Stefano McQueen e tutti gli altri che l’hanno conosciuta in mia assenza… Sino a Stefano lo Smilzo, in versione ausiliario di chirurgia, che lei aveva ribattezzato, ironizzando sulla propria condizione, il “portamort”… Ha quasi avuto ragione anche in questo.
Con suo sicuro dispiacere non potrà mantenere la promessa di una spaghettata sotto il vecchio “piol” nella sua casa alle pendici del Nevegal, promessa che avrebbe ben volentieri mantenuto con la bella stagione. Per l’altra promessa, quella dei calzettoni di lana per tutta la squadra “de mat”, aveva già iniziato a lavorarci, ma è rimasta irrimediabilmente incompiuta. Ed ora quella promessa se ne sta lì, appena abbozzata, tra i gomitoli ed i ferri da calza in quella scatola cilindrica ai piedi della stufa a legna.
Spero di non trovarmi mai più dall’altra parte della barricata, davanti ad un naso rosso anziché dietro, ma una cosa la devo dire, senza cercare diversivi come mia abitudine quando la commozione prevale sull’orgoglio, quando le lacrime gonfiano gli occhi sino a solcare le guance. Dal profondo del cuor mio e, sono sicuro di interpretare correttamente anche il suo pensiero, anche di quello che ha da poco smesso di pulsare: GRAZIE!
Quello che ci avete dato non sarà magari servito concretamente dal punto di vista terapeutico, ma per quanto mi riguarda la serenità, la spensieratezza e la complicità di quei momenti faranno parte per sempre degli ultimi cari ricordi di mia nonna. Momenti d’allegria, prima del commiato finale…
Grazie ancora, ragazzi! Vi voglio bene.
Dottor Solletico"
martedì, marzo 14, 2006
“Santo Stefano di Cadore, stazione di Santo Stefano di Cadore…”
Din-don! “Capolinea: si scende!” urla a squarciagola il Macchinista che non si vede, ma, dicono, ci sia. E’ stato un lungo viaggio, un viaggio durato una vita. Ora il treno è parcheggiato nella rimessa dell’ultima stazione della tratta ferroviaria, ma le due viaggiatrici sembrano non avere alcuna intenzione di scendere. L’intenzione o la forza, una delle due: forse neanche loro sanno bene quale sia a prevalere. Se ne stanno lì, sedute l’una accanto all’altra, a parlarsi non con le parole, ma con il respiro, flebile ed irregolare, ma caparbiamente tenace, malgrado tutto. Davanti ai loro occhi chiusi, oltre al vetro del finestrino, se ne sta altrettanto inerte un paesaggio d’altri tempi: alte montagne spolverate di zucchero a velo, pareti verticali su cui la neve non ha avuto la forza di aggrapparsi, abeti e mughi seminati sulle pendici dalle generose mani di Madre Natura. Ma per gli occhi esausti delle due viaggiatrici potrebbe anche esserci uno squallido muro di cemento: hanno già visto abbastanza. “Basta. Basta. Ormai siamo troppo stanchi per rimanere ancora aperti”, sembrano lasciar intendere. “Ora vogliamo solo riposare”. Nella loro memoria è registrato quasi un secolo di storia, un secolo disseminato di conflitti mondiali, di rivoluzioni politiche ed economiche, di sconvolgimenti sociali e di innovazioni tecnologiche. Hanno già visto tutto ciò che c’era da vedere, forse anche di più. Ora basta. Ciò che fa perseverare diabolicamente le due viaggiatrici è solo la forza d’inerzia, quella forza vitale che le ha spinte per tutti questi anni e che ora sta inevitabilmente esaurendo la sua spinta. Non vi è più nulla che possa dar loro energia, non un sogno da accarezzare, non un obiettivo da inseguire, non il sorriso di un nipotino da ammirare, solo l’energia calorica di quell’immondo minestrone contenuto in una sorta di bool dell’acqua calda da cui diparte una cannuccia che si infila irriverente nel naso delle due commensali. Qualcuno sale talvolta sulla carrozza sedendosi al loro fianco: personale della ferrovia, meccanici addetti alla manutenzione, parenti. Talvolta salgono pure degli strani personaggi con la loro illusione di portare con sé un po’ d’aria fresca. Sorrisi a 32 denti, abbigliamenti colorati, espressioni esagerate, tutto ciò che può infondere un pizzico d’allegria. Allegria concentrata in sguardi, carezze, battute. Allegria che esce dal cuore degli uni per tentare di raggiungere il cuore degli altri. Allegria che di sicuro non torna indietro, lasciando nei donatori un vuoto in cui si insinua la malinconia e la tristezza. Ed alla gola un nodo che proprio non ne vuole sapere di essere spinto a forza nello stomaco.
Il viaggio continua. Continua chissà ancora per quanto, sicuramente per troppo, come già troppo è durato. Intanto qualche piano più sotto, su altri binari e su altri convogli risuonano musiche di fisarmoniche e vibrano le danze di una mazurca e di un valzer. Ma in quella solitaria carrozza abbandonata lassù in quella stazione anche le orecchie sono stanche di ascoltare. Anche le labbra non sanno più parlare, nemmeno la lingua universale e senza tempo dei sorrisi. Quel treno arrugginito ormai non ha più rotaie al di sotto delle proprie ruote. Solo le mani delle due viaggiatrici hanno ancora una residua forza di stringere impercettibilmente altre mani che dispensano tenere carezze. Qualcosa dentro quelle pareti di pelle incartapecorita ha ancora un minimo, flebile, estremo vigore.
Din-don! “Ho detto che siamo arrivati al capolinea! Per l’ennesima volta: vogliamo scendere o che?” continua a sbraitare autoritario il Macchinista. Dall’altra, nessuna risposta…
Dottor Solletico (25 febbraio - visita alla casa di riposo di Santo Stefano)
venerdì, marzo 10, 2006
Oggi ho ritagliato da un cartoncino color marroncino, questa poesiola...
"Quando la cioccolata diventa magia
tutto può accadere,
un piccolo bruco può diventare
l'animale più tenero nel mondo,
il letto di un bambino ammalato
può decidere di animarsi per danzare
senza sapere dove andare.
Gli occhi diventano lucidi
di emozioni che palpitano
come battito d'ali,
le stelle diventano tue sorelle
e il mare fa un tuffo in se stesso.
Ecco come vedrei il mondo adesso".
Dottoressa Tabata
martedì, marzo 07, 2006
Le orme sono quelle, no?
Il dottor 'Baristo sta camminando in Mozambico in questo momento. E' partito per un altro pezzo di vita, inconsapevole di ciò che le sue mani potranno abbracciare o soltanto accarezzare.
C'è chi cammina in corridoio. Adesso. Lo vedi sfilare, e le porte delle stanze passano veloci. E chi è dentro un occhio fuori lo butta sempre, perché dall'altra parte, là, dove hanno messo le finestre, il buio ormai è calato.
Un passo leggero. Un passo anche ritmato, volendo. Ma le orme, le orme sono sempre quelle quelle, anche se quello che rimane sul pavimento sono le tracce delle bolle di sapone appena scoppiate.
A M. piacciono i treni, e li lancia per il corridoio dell'ospedale, che se per caso ci costruissero delle rotaie, si andrebbe tutti a bere il thè al bar della stazione. E poi c'è chi ha un attaccappanni per papà, e quindi un posto dove appendere per un po' i suoi pensieri, così da stare almeno un po' serena in ospedale.
Anche i tiroclown lasciano delle orme. Orme forse ancora più leggere delle nostre, ma molto confuse. Quasi da ballerini di tip tap su una spiaggia. Sapranno trovarle, lo so, in mezzo a tante. Tante già lasciate.
A. ci riempie di domande, e un po' ci rende stanchi, perché su quel letto dovrebbe starci, non scappare ad ogni buona occasione. D. piange per l'aerosol e ride per le bolle. Sapone - fumo, uno a zero, bolla al centro. L. apprezza le mie cadute, e da grande saprà tendere la mano. Al Pronto Soccorso finiscono le sedie: la prossima volta ci portiamo quelle da pic nic, che almeno ci sembrerà di essere in spiaggia e non alla fermata degli autobus.
Le orme sono sempre quelle. F. ci ha seguito fino a qui, e per i suoi 6 anni c'ha invitato al compleanno. E lui era in cravatta. C'è un attimo nella vita in cui qualcuno ti fa il regalo giusto: a F. hanno regalato la bicicletta. E adesso le orme le farà su due ruote. Almeno per un po'.
Rimane un passaggio su questo mondo. Che siate scalzi o in sedia a rotelle, rimane. Poi arriva il vento, si aggiunge la pioggia, il tempo si permette di trascorrere, l'erba di crescere, l'acqua di sommergere. Vuol dire che il nostro passaggio è un qualcosa che ha a che fare col presente, è un gerundio... Stiamo ancora passando, no?
Dottor Cirillo
venerdì, marzo 03, 2006
Come dice il dottor Paolino, "a volte ci si sente stanchi... ma una stanchezza diversa!".
"Giovedì comincia un nuovo week end di quelli lunghi.. di quelli con il naso rosso!
Quanto pesa un bimbo? Una mamma mi ha fatto il più bel regalo del mondo…
Quelle manine che mi hanno ispezionato il viso…quei grandissimi occhi così vicini… Mi sembrava di volare, erano vent’anni che non tenevo più in braccio un bimbo, dal tempo in cui erano piccoli i miei nipoti, che sensazione meravigliosa!!!
L. e quel pianto disperato tra le braccia del papà più paziente del mondo, perché nessuno le voleva lasciare la “pipa”, quell'oggetto così prezioso…
Un viaggio al mare…tra spiagge, cene a base di pesce e nuotate in piscina
E infine festa per il compleanno della dottoressa Saponetta, ancora tanti auguri!!!
A Belluno stavolta siamo in quattro, grazie alla dottoressa Cannuccia che arriva direttamente da Padova senza nemmeno passar per casa se non per prendere la roba per cambiarsi.
Veniamo quasi subito rapiti da un’infermiera: I. è in una posizione scomoda (gli stanno per mettere la flebo) e in qualche maniera riusciamo a distogliere il suo sguardo da quelle due persone che armeggiano con il suo braccino.
Al Pronto Soccorso intratteniamo due bimbe e un fratellino con giochi di magia e bolle di sapone, ma l’ultima stanza che visitiamo dove ci sono V. e la sorella… non so cosa sia successo, ma in quella stanza la magia è esplosa… Cannuccia ed io avremmo potuto fare qualsiasi cosa in quel momento (forse anche il camion delle immondizie con i palloncini).
Gli occhi stupefatti delle due ragazze non riesco a togliermeli dalla mente.
E per finire l’incontro con i tiro-clown, che ho trovato motivati e anche un po’ agitati, una bella serata!!!
Il sorriso di una persona che non avevo mai visto ridere…
Le parole di una persona che non ero mai riuscito a capire…
Anche questo è successo sabato pomeriggio, un pomeriggio passato insieme a vecchi amici… amici speciali che in occasione del Carnevale ne hanno approfittato per far festa, truccati e mascherati a tema.
Balli, storie, risate… un pomeriggio così pieno… così…
A volte si riesce ad aprire così tanto il cuore che viene tutto naturale…
E non poteva mancare la casa di riposo, Arsiè: un bel po’ dopo Feltre, in compagnia delle dottoresse Potaci, Saponetta e Cannuccia. Spettacolino? Non facciamo in tempo di farlo… Veniamo letteralmente rapiti mentre salutiamo gli ospiti e lasciamo che vada così!!! È meravigliosa l’atmosfera che si respira, compleanni, dopo gli auguri la torta, che aiutiamo a distribuire, Potaci comincia a chiedermi preoccupata se va tutto bene, forse mi vede un po’ strano e lo credo bene…
Sto letteralmente impazzendo dalla gioia… Gioia di essere lì in mezzo a persone stupende, con amici stupendi… Distribuita la torta via ai festeggiamenti, passiamo il pomeriggio a parlare, ascoltare le canzoni cantate dalle ospiti (inventando un po’ le parole, ma tanto non c’è la SIAE).
E anche qui, storie di gioventù di emigrazione di donne (con gli ospiti a volte si parla anche di donne), del tempo che ormai non ha più importanza, di figli e nipoti… la vita!!!
Una signora mi lascia senza parole, ha passato tutto il tempo assente, non sapevo più cosa fare… Un fiore, un fiore rosa e verde… Un sorriso e un grazie detto quasi sottovoce, e qui mi sciolgo!!!
Ci sono ancora un milione di cose da dire, emozioni che spingono dal cuore per poter apparire su questa pagina ma ci vuole ancora un po’ di tempo, spingono tutte assieme e non riesco a riordinarle e farle uscire una alla volta.
Che dire di un altro week end così… Sono arrivato alla sera della domenica completamente distrutto ma ne è valsa la pena, una stanchezza diversa!!!".
Dottor Paolino
giovedì, marzo 02, 2006
Se l'amore è a forma di cuore, la serenità che aspetto ha?
Dottor Cirillo
"Tu chiamale se vuoi emozioni
Anni or sono Charles Darwin, il teorizzatore della selezione naturale, mi ha aperto gli occhi facendomi rispondere autonomamente a quelle domande cui, in tanti anni di catechismo, non ero mai riuscito ad abbozzare una seppur approssimativa risposta. Da allora penso di essere diventato logico e razionale sino a rasentare una sorta di “scetticismo emotivo”. Da allora vivo di poche ma assolute certezze: non esiste un Babbo Natale se non con la barba posticcia, non esiste una magia senza trucco, non esiste un innamoramento senza opportuna scarica ormonale, non esiste un tramonto idilliaco senza attraversamento dell’atmosfera terrestre da parte delle onde elettromagnetiche solari. Eppure non mi ritengo immune al fascino della poesia, che tutto è fuorché logica e razionalità. Poesia, quella di cui parlo, che un venerdì sera ho percepito aggirarsi delicata come una carezza di madre tra i corridoi della pediatria. Come dovrei definire se non poetica la scelta di quel gruppo di ragazzi che ci hanno fatto visita per devolverci il ricavato di una loro “iniziativa eno-commerciale” durante i festeggiamenti del santo patrono del loro paese? Si può avere la sensazione di stimare incondizionatamente qualcuno senza neppure conoscerlo? Io ne ho avuto la prova empirica con quei ragazzi entrati inaspettatamente nel nostro spogliatoio come una folata di vento caldo in una fredda giornata d’inverno. E poi giù per i corridoi a rincorrere quei diabolici folletti in pigiama che animano loro malgrado quell’angolo di mondo. Un mondo fatto di approcci scientifici e di accorgimenti terapeutici alle cause della loro presenza in quel luogo. Non vi è spazio per i concetti astratti e per i fenomeni non scientificamente dimostrabili. Non vi è posto per la poesia e quel venerdì non vi ho proprio trovato alcuna tesi che avvalorasse il contrario. Non vi è stata alcuna magia quando la biondissima Principessa delle Lacrime, appena ricoverata, ha iniziato a sorridere vedendo un dottor clown incastrato all’interno dello sgabello su cui il padre avrebbe appoggiato i piedi per tutta la notte. Non è stato un incantesimo quello fatto all’Urlatrice Inconsolabile da quel dottor clown che, sbattendo il proprio naso contro la porta e cascando all’indietro con una capriola, ha trasformato il suo volto da maschera degna delle tragedie greche a sorridente immagine ideale per reclamizzare qualsiasi prodotto per l’infanzia. Non vi è stata premeditazione nella rissa tra le marionette di tre dottor clown contro un’ape molesta davanti alla porta chiusa della stanza dell’isolamento, quando hanno improvvisato, seduti l’uno sull’altro sul pavimento e con le braccia tese verso l’alto, uno spettacolino provocando le sonore risate di mamma e figlia all’interno (ed anche quelle degli stessi clown…). Non vi è stata alcuna attrazione magnetica che ha irresistibilmente attratto due dottor clown verso una cameretta in cui riecheggiava un pianto degno di un acquazzone estivo, udito quando la porta dell’ascensore stava già per chiudersi alle loro spalle. Non vi è stato sortilegio nella sparizione della bacchetta magica di una dottoressa clown dimenticata nella stanza della Principessa delle Lacrime dopo averle inequivocabilmente dimostrato che non si trattava di uno semplice scopino per la polvere. Non vi è stato amore in quel sentimento che a fine serata ha sfondato le pareti del mio cuore per schiantarsi prepotentemente con uno schiocco di bacio sulle guance delle mie due “colleghe”, le dottoresse Sbriciola e Cangu. Non vi è stato maleficio nella mia incapacità di chiudere gli occhi durante quella canzone risuonata nella stanza buia dell’oratorio di Santa Giustina in cui avevamo appena concluso la riunione quello stesso venerdì, incapacità che mi ha consentito di osservare e di percepire con un semplice sguardo la dolcezza d’animo di tutti coloro che erano lì, con gli occhi chiusi e trasportati sulle ali di quelle parole e di quelle note. Non vi è stato alcun mistero in quel singhiozzo sommesso uscito dalla gola di qualcuno durante quei momenti: non un mistero, ma un reale dolore interiore, condiviso e drammaticamente giustificato. Non è stata una stregoneria a generare qualche dissapore all’interno della piccola comunità di nasi rossi, bensì una varietà di posizioni e di idee che fanno del nostro gruppo un variopinto caleidoscopio di iniziative, proposte, pensieri, volontà, ambizioni.
Durante il nostro impegno di dottor clown, non vi sono magie, incantesimi, attrazioni magnetiche, sortilegi, stregonerie, malefici e misteri… C’è “solo” lo spazio per la poesia e per le reazioni che questa provoca nel nostro animo, reazioni che hanno un nome ben preciso: emozioni"…
Dottor Solletico, 20 febbraio 2006.
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