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martedì, febbraio 28, 2006
Sapevo io che arrivava.
Avrei dovuto immaginarlo.
Lo senti dall'aria. Più fresca. Più sicura di sè stessa.
Vedi che sbocciano i bucaneve, lungo i torrenti e i fossi di qua.
Vedi che gli alberi qualche speranza cominciano ad averla.
E vedi che è ora.
E' ora di sentirsi un po' stanchi.
Posso?
Stanco come gli occhi di quella bimba che giovedì io e il dottor Paolino siamo riusciti per un po' a far sorridere, e il suo pianto non si sentiva più. Occhi che di lacrime non ne avranno più per un bel po'. Occhi che avrebbero preferito starsene chiusi, piuttosto che vedere l'ospedale.
E' ora di sentire gli altri ridere.
Possono?
Ridere. Suonare con la voce. Come i bimbi del reparto di otorino laringoiatria di Feltre, che io e la dottoressa Saponetta abbiamo visitato per la prima volta venerdì. Ridere per una parola detta grossa, ridere per un palloncino che non è venuto proprio un granché, ridere per quattro piatti colorati che s'inventano di far girare il mondo.
E' ora di ballare.
Puoi?
Non vedo l'ora che spuntino i soffioni. Villa Anna è un grande soffione. E basta un alito di vento, quello buono, caldo, quello che sta per arrivare, dolce e leggero, perché tutti quei semini volino e danzino, e si alzino alti da quel prato che non intuisce quanto sia bello per loro danzare, pensando che la fragilità di quel fiore sia un peccato, sia qualcosa per cui non vale la pena crescere. Io sabato, con i compagni Tabata, Potaci, Paolino e Saponetta, mi sono attaccato a un semino e ho volato per un po'.
E' ora di sedersi.
Possiamo?
Accanto a chi di carnevali ne ha visti tanti. E di maschere non ne ha mai portate. Chi vive nelle case di riposo di Santo Stefano e di Arsiè, che sabato e domenica abbiamo incontrato.
E' ora che spuntino le primule.
Potete?
Dietro ai fossi. Lì che c'è l'acqua che non si ferma. Là, che non scendi, perché si scivola o ti sporchi le scarpe. Una settimana in cui non ho scritto, in cui altri lo hanno fatto. Una settimana in cui ho sentito bene, l'ho sentita forte, soprattutto l'altra sera. La primavera. E' ora che arrivi la primavera.
Prato. Datemi un prato.
Abbraccio, Cirillo
giovedì, febbraio 23, 2006
Oggi compie gli anni la dottoressa Saponetta di Feltre.
Tramite piccione viaggiatore scampato miracolasamente all'aviaria è arrivato questo messaggio d'auguri per lei, a cui il sottoscritto, ma credo tanti altri, si associa.
"Ha i capelli un po' biondi e un po' castani. A seconda dell'umore.
Ha dei girasoli disegnati.
Ha dei piccoli dolori, con nome e cognome.
Ha un sogno grande come l'Africa
Ha una passione per il radicchio.
Ha un'incapacità assoluta di tenere il broncio.
Ha una chitarra nuova di zecca.
Ha una bicicletta rossa scassata.
Ha la determinazione degli occhi scuri.
Ha ricordi appesi ai muri.
Ha concerti da andare a sentire.
Ha amici coi nomi strani.
Ha un sacchettino di pazienza, per le emergenze.
Ha spesso sonno, perchè dorme troppo poco.
Ha una marionetta mezzo mago e mezzo nonno.
Ha delle vocine buffe.
Ha progetti in un'agenda blu.
Ha numeri da ricordare, e altri da scordare assolutamente.
Ha semplicità e grazia.
Ha ventiquattro anni. Oggi
Auguri, Saponetta".
mercoledì, febbraio 22, 2006
GERIATRIA 21 febbraio 2006: passa a trovarmi
"Perchè non venite a Cimolais? E' bello lassù: è vicino a Erto e Casso e vicino c'è anche il verdissimo lago di Barcis. Però non adesso che c'è tanta neve. Chiedete di me in paese, vi diranno dove trovarmi" (Sg.ra M.);
"Passate su al Peron di Sedico, a casa mia, vicino alla (...omissis), un bicchiere di vino c'è sempre e se avete bevuto troppo ci sono stanze a sufficienza per ospitarvi a dormire" (Sig. O.);
"Forse giovedì vado a casa! Non vedo l'ora di rivedere i miei gatti. Meno male che mia figlia e mio genero li hanno curati. Verrete a trovarmi a Paiane? Abito proprio lì in fianco a (...omissis). Cosa posso prepararvi da bere? Che affettati vi piacciono, così vi preparo anche un bel panino? Lascerò il mio numero di telefono alle infermiere, così mi avviserete... Ma prima che muoia, però (!!!!!)" (Sig.ra T);
"Se prenderete l'autobus da Mussoi, arriverete a Tisoi in cinque minuti. Abito vicino alla C... e prima potete passare dalla mia amica a prendere qualche pasticcino" (Sig.ra L. o abbreviato G.);
"Io ho una casa a Ponte nelle Alpi ma siccome non stò tanto bene e sono sola, ho chiesto di poter entrare nella Casa di riposo di Longarone. Perchè non passate di là a trovarmi? La stessa allegria che portate qui potreste portarla anche nelle Case di Riposo! Che bella idea che ho avuto, vero? Vi vedrò molto volentieri,a anche gli altri anziani vi vedranno molto volentieri....(!!!!)" (Sig.ra M.).
Chissà cosa è successo ieri sera in reparto Geriatria del S.Martino di Belluno. La dottoressa Schiz, la dottoressa Sofficino, il dottor Drin ed io eravamo felicemente sorpresi: forse le infermiere hanno dato una medicina speciale alle persone ricoverate. Con un sorriso, vero e puro, quasi tutte ci hanno invitato a casa loro: non è stupendo?
Se una persona ti vuole a casa sua non vuol dire che ti vuol bene? Che si fida di te? Che sei suo amico? Che bel.
Se andrò mai a trovarli? Forse no o forse lo ho già fatto in sogno la notte scorsa....!
Non dimenticate i vostri amici Clown, cari bei Pazienti Signori, e sappiate che che nei nostri discorsi, nei nostri pensieri, nei nostri sogni voi ci siete già.
Un abbraccio anche al personale del reparto.
A voi che leggete, basi e sorisi.
Dottor Stiv
martedì, febbraio 21, 2006
Ormai mi sento una vera e propria buca per lettere. Quando ancora si scrivevano perché era l'unico modo per far sentire tutto ciò che si provava.
"Che emozione!!! E' la prima volta che scrivo un mio pensiero qui, condividendolo con chiunque abbia un po' di tempo e voglia di leggere.
Il fatto è, che le cose da dire sarebbero proprio molte anche se, alle volte, preferisco la sintesi di uno sguardo, l'intensità di una carezza, la distensione di un sorriso.
Una cosa da dire però c'è; io credo, anzi, sento che mi siete proprio entrati dentro, ora comunicate con me anche attraverso i sogni (dico a tutti che hanno popolato i miei ultimi sogni tra barche, onde, scale e cassonetti delle "scoaze" il Dottor Paolino e il Dottor Cirillo) e non è mica cosa da nulla.
Grazie a Tutti, in particolar modo ai miei compagni di viaggio feltrini...il giovedì continua ad essere una giornata speciale.
Baci come se piovesse"
Dottoressa Tabata
lunedì, febbraio 20, 2006
Un incontro. Capitato due sabati fa.
"Paralisi Celebrale Infantile.
Vuol dire che hai la braccia che non ti ascoltano, che la testa non sta su, che le gambe vanno dove vogliono loro, ma senza provare ad andare lontano.
Ma vuol dire anche che le mani possono accarezzare, e gli occhi, se li
guardi, ti guardano e rispondono.
Chi ho conosciuto sabato? Un piccolo corpo arroccato su una sedia a rotelle, una diagnosi che dice: "turba persistente ma non immutabile della postura e del movimento". No, ti sbagli, questo no.
Ho conosciuto scarpe eleganti, messe per ballare, anche se in braccio ad un amico. Ho conosciuto sorrisi sdentati e vivi. Vivi forse più di chi l'ha scritta, questa diagnosi.
Io e il mio piccolo gatto di pezza, abbiamo conosciuto uno sguardo che fa fatica a rimanere fisso, e a seguire i tempi dettati dalle piccole e tristi mani normali. Ma occhi che ci hanno sorriso e abbracciato. Non è sempre facile, se ti considerano una diagnosi prima che una persona. E se la diagnosi detta i tuoi movimenti, se ti attanaglia in uno sguardo basso basso. E allora grazie perché con il mio piccolo naso mi sono avvicinata alla tua diagnosi e tu mi hai insegnato a strapparla via, un passo alla volta. E tu mi hai dato le forbici, per tagliare anche quel pezzetto lì che non se ne voleva andare. E la tua mamma mi ha suggerito di togliere anche quell'altra parte, che proprio non ti apparteneva.
Siamo miseri, noi, che ci teniamo stretta la nostra normalità come una coperta, come un giudizio. Grazie perché mi ha mostrato cos'è davvero la normalità: incontrare sguardi, braccia, sorrisi, guance. Incontrarli per quello che sono, per quello che hanno e per i coriandoli luminosi che ogni giorno escono fuori e non si arrendono".
Dottoressa Potaci
domenica, febbraio 19, 2006
Una crepa. Che si vede distintamente.
Che la puoi anche coprire con un quadro. O è proprio perché a quel muro avresti voluto mettere un quadro, e quindi hai fatto di tutto per piantarci un chiodo, che quella crepa è saltata fuori. Correndo lungo la parete, dall'alto al basso, scrostando un po' di vernice, mostrando quanta fragilità ci sia in realtà anche dentro a un muro che può sembrare spesso e forte. Adesso occorre chiamare i muratori.
Mi hanno detto tante cose in questi due giorni. Mi hanno detto che c'è un gruppo. Che esistono delle responsabilità. Che c'è persino una gerarchia. Che non ci sono premi. Che ci sono invece percorsi.
A dire la verità, in molti si saranno affacciati anche oggi a questo blog, e non avranno capito sicuramente a che cosa io mi stia riferendo. Non importa. In realtà non lo so neppure io. Faccio fatica. Fatico a comprendere come spuntino, quasi fossero primule in primavera, certi dissapori, certe testardaggini, certe mancanze. Potrei anche fare finta di niente. Alzare le spalle, sperare che il tempo aggiusti quello che c'è da aggiustare, e basta. Fine. Metti una toppa, lava via la macchia, sciogli il colore nell'acido.
Alla fine mi viene soltanto voglia di dire: "Bene. Non so assumermi certe responsabilità? Le lascio ad altri". Evidentemente voglio soltanto fare parte di un gruppo. Un gruppo che porti avanti un certo tipo di obiettivo, di proposta, di scelta di vita. E non occorre che stia qui a spiegarvelo, dato che sono più di due anni che mi racconto in questo blog.
C'è una persona venerdì sera che ci ha fatto ascoltare una canzone. Una canzone in cui non si parla per fortuna di gerarchia, di responsabilità, di gocce che fanno traboccare il vaso. E se devo ringraziare qualcuno, ringrazio proprio quella persona. Perché in quella canzone, da lei tanto amata, c'è realmente un particolare di questa grande immagine che è il dottor clown, anzi, di un gruppo di dottor clown, fatto per ora da una trentina di persone, ognuna delle quali ha dimostrato e sta dimostrando, nelle proprie possibilità, di indossare il naso rosso perché crede in una certa magia, quella del sorriso.
E scusatemi se dietro a un naso, io di gerarchie, continuerò a vedercene ben poche.
LA FAVOLA MIA
Renato Zero
Ogni giorno racconto la favola mia
la racconto ogni giorno, chiunque tu sia
e mi vesto di sogno per darti se vuoi
l'illusione di un bimbo che gioca agli eroi..
Queste luci impazzite si accendono e tu
cambi faccia ogni sera ma sei sempre tu
sei quell'uomo che viene a cercare l'oblio
la poesia che ti vendo di cui sono il Dio..
Dietro questa maschera c'è un uomo e tu lo sai
l'uomo di una strada che è la stessa che tu fai
e mi trucco perchè la vita mia non mi riconosca e vada via..
Batte il cuore ed ogni giorno è un'esperienza in più
la mia vita è nella stessa direzione, tu
e mi vesto da re perchè tu sia
tu sia il re di una notte di magia
Magia.. magia... Oh magia...
Con un gesto trasformo la nuda realtà
poche stelle di carta, il tuo cielo ecco qua
ed inventa te stesso e la musica mia
e dimentichi il mondo con la sua follia..
Tutto quello che c'è fuori rimane dov'è
tu sorridi, tu canti, tu piangi con me
forse torni bambino e una lacrima va
sopra questo costume che a pelle mi sta...
Dietro questa maschera c'è un uomo e tu lo sai
con le gioie, le amarezze ed i problemi suoi
e mi trucco perchè la vita mia non mi riconosca e vada via...
Batte il cuore ed ogni giorno è un'esperienza in più
la mia vita è nella stessa direzione, tu!
e mi vesto da re perchè tu sia
tu sia il re di una notte di magia
Dietro questa maschera lo sai ci sono io, ...solo io e soltanto io!
quel che cerco, quel che voglio lo sa solo Dio
...e lo sa soltanto Dio!
ed ogni volta nascerò ed ogni volta morirò...
per questa favola che è mia!
Magia... Magia... Magia...
venerdì, febbraio 17, 2006
Da una rosa blu a uno stelo di margherita.
"Siamo come tanti piccoli fiori su un grande prato...
E la nostra vita dura un soffio di vento leggero.
Mille tipi diversi di fiori bellissimi…
Diverso il colore…
Diverso il profumo…
Diversa la forma dei petali.
Una tenera margherita,
Un candido bucaneve,
Un papavero,
Una bellissima iris,
Un mughetto dall’intenso profumo,
Un allegro girasole,
Un birbante tulipano,
Una violetta,
Un non ti scordar di me,
Una genzianella,
Una coraggiosa stella alpina,
E poi?
E poi c’è la rosa.
La rosa rossa,
La rosa arancione,
Quella gialla,
La rosa rosa,
La rosa bianca,
E infine la più preziosa,
La più rara,
La più delicata,
La rosa blu.
Avete mai conosciuto una rosa blu?
Io mi sento fortunata…ne ho conosciute un sacco!
E ogni giorno ne trovo qualcuna.
Si perché alle volta basta guardare bene,
Guardare meglio,
E guardare ancora,
Non solo davanti al proprio naso,
Ma in tutte le direzioni…
Voltare anche la testa,
se necessario.
Non fermiamoci al gambo e alle foglioline,
Ma guardiamo i fiori con la giusta attenzione…
Qualcosa lo scopriremo di sicuro,
Perchè c’è un po’ di rosa blu in ognuno di noi !
Venerdì sera è stato bello, eravamo in tanti. E’ stato realizzato persino un attestato di magia per la piccola C., su idea della fantastica Dottoressa Cannuccia, con tanto di firme e consegna ufficiale.
Domenica siamo stati ospiti della casa di riposo di Auronzo…e nonostante qualche triste episodio di gioventù raccontato dai simpatici ospiti, è stata davvero una bella festa. Anzi, una mega festa.
Durante una bella cantata di gruppo con itinerario nostrano (“Quel mazzolin di fiori”) mi sono ritrovata una delle direttrici responsabili seduta in braccio, che saltellava e cantava allegramente.
Che gioia!
Una gioia che ti fa impazzire!
Che ti riempie il cuore,
Che ti fa riflettere,
Che ti dà gioia di vivere.
Che ti fa sentire per un attimo la persona più felice del mondo, nonostante tutto.
Stare con tutti voi è bello come essere una coccinella nel bel mezzo di un mazzo gigante di rose blu".
Dottoressa Sbriciola
martedì, febbraio 14, 2006
Sabato sono andato al compleanno di Davide.
C'era la torta, tanti amici, un'orchestrina, e persino i clown.
E Davide ha persino ballato.
E anche Monica ha ballato.
E Ruggero ha cantato, Giovanna ha riso tanto, e Orazio ha raccontato una barzelletta al microfono.
E se il mondo fosse una festa, ad un certo punto si sarebbe gridato tutti quanti "Auguri", e con un soffio sulle candeline, avremmo espresso un desiderio. Un desiderio forte.
Per qualcun altro è stato un weekend pieno. E con indosso mattina e sera il naso rosso.
" ...Un week end iniziato giovedì tra le note di una tromba di plastica, un gatto che miagola alla caccia del topo con i piedi più grandi del mondo, ed un fiore, il fiore più strano del mondo. E un sorriso, un bacio mandato chissà dove...
E le bolle di venerdì, miliardi di bolle... ma chi riesce a contarle? Dopo un pò mi ci perdo anch'io mentre osservo una piccola bimba dallo sguardo rapito dal naso rosso del Dr. Cirillo che balla qua e là, sospeso sotto uno strano cappello multicolore.
Milioni di bolle anche al Pronto Soccorso per due spadaccini provetti che riescono a non farne sfuggire nemmeno una.
Un pomeriggio in mezzo a vecchi e nuovi amici... quanto può durare un pomeriggio?
Abbracci, mani strette, canti e balli... Alla fine un trenino e la locomotiva che corre così forte da raggiungere il vagone di coda a formare un cerchio...
Un grande abbraccio tutti assieme.
Come si fa a misurare il tempo di un pomeriggio così?
Quante emozioni in così poco tempo...
E mani strette anche la domenica pomeriggio ad Auronzo, alla Casa di soggiorno per anziani, in compagnia di "giovanotti" con tante storie da raccontare...
Cosa può fare la magia?
Può far comparire 4 palline invisibili in mano alla Dott.essa Sbriciola che con grande abilità le fa girare vorticosamente...
Può far suonare il naso di Suor Priscilla che sgrana gli occhi...
Ma alla fine è il cuore che parla, storie... "la vita" passata lì in mezzo alle montagne... il lavoro lontano da casa... il lavoro del padre che ormai nessuno fa più... gli anni passati a Milano "a servire"... gli anni di prigionia durante la guerra, e un ritorno ancora più duro in mezzo alla miseria...
Che dire, di quattro giorni passati così? Cosa dire di più? Ad essere sinceri ce ne sarebbe da dire... Vorrei poter abbracciare tutte le persone che ho incontrato in questi giorni... di nuovo".
Dottor Paolino
venerdì, febbraio 10, 2006
Sdraiato sul corpo di tua madre, perché in piedi non ti va di stare.
I tuoi denti sono disordinati, quanto le idee che il mondo ha di te.
Spalanchi la bocca per sorridere, gli occhi per parlare.
Tutto in te è esagerato, ma come in un baule chiuso a chiave, fa fatica ad uscire.
Dalle tue mani vorrebbero straripare le carezze, ma la diga che la tua disabilità ha costruito sulla tua persona in questi anni, soltanto 9 a dire la vertà, ti permette soltanto di imprigionare le sensazioni che ne derivano, di tenerle per te.
E allora su, corrono lungo le vene, io me le immagino, e arrivano al cuore, e poi al collo, e infine alla testa dove a parlare sono occhi e labbra. E il resto non conta. Il tuo corpo se ne sta sospeso sulle gambe di tua madre, ma in fondo, non era così anche 9 anni fa..?
Se il gatto fa miao, caro B., la vita che verso farà mai?
Probabilmente lo stesso suono della tua voce stonata, quando, al momento dei saluti, ci hai mandato, oltre che un bacio, una semplice e indecifrabile sillaba. Se il mondo avesse quello che hai tu, dentro e fuori, avremmo tutti più spazio per accorgerci di noi stessi e delle nostre mani.
Abbraccio. Dottor Cirillo
martedì, febbraio 07, 2006
La mia vita in questo momento, sappiatelo, è una nave ancorata in qualche porto, in qualche baia, di passaggio, che non si sa bene nemmeno come diavolo possa esserci arrivata lì, attraverso quale rotta, seguendo chissà quali mappe.
E io me ne sto a prendere il sole. Sul ponte. E a mangiare fichi secchi e un po' di cioccolata. Permettendomi di bere un po' di birra, nei momenti più caldi della giornata.
Ogni tanto mi permetto di scendere. Non tanto per riempire nuovamente la stiva di viveri e speranze, quanto per incontrare chi, in quella baia, ha deciso già di rimanerci a vivere. E non dico che abbiano fatto bene, ma un po' li invidio. Che navigare, alla mia età, non è sempre facile... Forse una baia, al sole, con la sua stagione delle piogge e le sue serate autunnali, farebbe bene anche a me...
Comunque... Vi chiederete... Chi avrà incontrato mai, il capitan Cirillo, in queste sue incursioni sul mondo terrestre?
Giovedì ho incontrato una mamma che piangeva. In braccio aveva il suo piccolo bambino, che sembrava addormentato, ma probabilmente era soltanto stanco. E malato. Il padre ha accolto me e la mia ciurma, che in quel momento era composta dal mio timoniere Squilibrio e dall'aiutante in seconda dottor Paolino, con un grande sorriso e con la frase "adesso la tiriamo su!". E l'abbiamo tirata su. Non so se voi abbiate mai provato a tirare su una vita... Pesa molto di più di qualsiasi vela, di una normale ancora, o che ne so... di una scialuppa per 20 uomini. Sarebbe stato bello, certo, vedere per un attimo, gli occhi di quel bambino che la mamma dagli occhi lucidi teneva delicatamente tra le braccia, ma forse, per lui, sentire che la mamma non stava più piangendo, e che al papà scappava tanto da ridere, beh... non dico sia come tornare nella pancia, ma un pochino, lasciatemelo credere, dev'essersi sentito meglio...
Venerdì sono tornato a terra, visto il piacevole incontro che avevo potuto avere nella giornata precedente. E questa volta ho incrociato occhi sorridenti, occhi stanchi, occhi che fissavano il vuoto. Come quelli di un bambino, steso su un fianco, che a parte un grido quasi infastidito, altro proprio non riusciva a pronunciare. Ma va bene così. In fondo, il rumore del mare, quando è in burrasca, è più o meno lo stesso. Poi ho incontrato gli occhi di A., mentre aspettava un dottore, una bimba che ha il nome con lo stesso colore del cielo. E L. con il quale io e la mia ciurma abbiamo inventato e cantato una di quelle canzoni che spesso si sentono sulle navi, verso sera, quando, se il mare è calmo, e i marinai si permettono qualche bicchiere in più.
E poi sabato e domenica non mi è bastata la baia... Mi sono addentrato tra stradine, vicoli e borghi, in cerca di cari amici. E li ho trovati tutti. E per poco non ho deciso di rimanere a terra. Di lasciare la nave in balia dei pesci; per poco non ho deciso di sposarmi, per poco non ho deciso di aprire un panificio e vedere come avrebbe potuto andare, lì, a terra, che i gabbiani li senti lontano.
E invece sulla nave ci sono tornato. Forse a malincuore. Non so. E siccome lunedì, dopo aver tanto camminato, mi sentivo piuttosto perso, e affaticato, ho deciso di aprire la mia nave a qualche curioso: sono venuti in tanti, da Meano, e a loro, insieme ad alcuni amici invitati per l'occasione, ho raccontato storie di vecchi arrembaggi e strane avventure che sono successe in altri mari. E a loro voglio dire grazie. Grazie "Insieme si può..." di Meano, grazie infinite.
E questa mattina, sulla mia nave, si sta bene. Oggi non credo che scenderò, nè inviterò qualcuno a salire. Ho già infilato qualche messaggio in alcune bottiglie, e con una scialuppa le ho portate in mare aperto, più avanti, dove ci sono le correnti. Chissà che da qualche parte arrivino. E poi, poi ho guardato un po' dal ponte, quella baia.
E mi sento libero. Libero di guardarla.
A volte mi riesce più facile essere un capitano, piuttosto che un dottore.
Abbraccio.
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