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lunedì, novembre 28, 2005
Questa, che state per leggere, se n'è spuntata fuori ieri mattina presto. Avrei potuto aggiungerci particolari, battute, momenti di tenerezza... Ma va bene così, secondo me, spontanea e bagnata, come una palla di neve sul cappotto.
"C’era una volta, in un mondo lontano lontano, talmente lontano che non si vedeva neanche se ci si fosse alzati sulle punte dei piedi, un paesino, in cui nulla succedeva, né di buffo, né di triste, né di sorprendentemente sorprendente.
Tutti se ne stavano per i fatti propri. Nemmeno si salutavano quando s’incontravano.
Nessuno piangeva se cadeva per terra.
Nessuno urlava se si dava un martello sul dito.
Nessuno sbuffava se continuava a slacciarsi una scarpa.
Ma quel che è peggio, è che nessuno sorrideva.
Nessuno in quel paesino sapeva cosa fosse un sorriso, né ne aveva mai visto uno dal vivo.
Un giorno arrivò in quel paesino lontano lontano uno strano tipo, che in verità si era perso qualche anno prima, e stava cercando di tornarsene a casa. Durante il viaggio i suoi vestiti si erano un po’ rotti, e lui aveva dovuto aggiustarli con qualche toppa. Poi altre volte si era dovuto riparare la testa con un buffo cappello, trovato in un bidone dei rifiuti. E infine aveva le scarpe mezze rotte, per il tanto camminare. Ma a lui non dispiaceva. Era contento. In quel viaggio, sebbene non avesse ritrovato casa sua, aveva incontrato tante persone e si era fatto tanti amici.
Appena arrivò nel paesino, incontrò uno degli abitanti, e gli sorrse, così, per salutarlo e per attaccare bottone. L’altro nemmeno lo guardò.
Allora ne aspettò un secondo, gli sorrise, ma neppure questo lo guardò.
Si fermò quindi pensieroso in mezzo alla strada. Si guardò i vestiti. Forse, pensò, era il suo aspetto che incuteva timore agli altri. O forse puzzava, e la gente gli stava distante per questo. O forse era colpa della barba, che non si faceva da qualche giorno…
Mentre era lì che pensava, passò un altro abitante, quello dalle scarpe slacciate.
Appena passò accanto al nostro amico, inciampò su uno dei lacci e cadde rovinosamente a terra.
Il nostro amico, osservando la scena, non potè che scoppiare in una grossa risata, mentre l’altro lo guardava senza batter ciglio. Allora, pensando che il signore si fosse fatto male, si avvicinò a lui e gli tese la mano per aiutarlo ad alzarsi. Questo fece finta di niente e cercò di rialzarsi da solo. Ma mentre si tirava in piedi, inciampò ancora una volta sul laccio della scarpa, e questa volta cadde in avanti, proprio sopra il nostro amico, ed entrambi ruzzolarano per terra. Ancora una volta quello si mise a ridere, stupito della cosa, mentre l’altro cercava di pulirsi i pantaloni.
Le grosse risate dello strano tipo attirarono anche gli altri abitanti del paesino, che quel suono, proprio, non l’avevano mai sentito. Questa volta il signore riuscì ad alzarsi in piedi, non vide la mano del nostro amico che sporgeva, affinché lo aiutasse a tirarsi su. Il signore si girò dall’altra parte, fece per partire ma ancora una volta, un po’ imbarazzato, si dimenticò del laccio, e patapunfete, cadde nuovamente a terra, portandosi dietro un suo compaesano. A questo punto il nostro amico non ce la fece più: cominciò a ridere, ridere, mostrando a tutti le proprie scarpe, e indicando il signore, che propro non voleva allacciarsi la scarpa su cui continuava ad inciampare.
Gli altri non sbattevano ciglio. Allora, il nostro amico ebbe un’idea. Si rialzò in piedi, e andò a slacciare le scarpe a tutti i presenti. Gli altri non capirono cosa stesse facendo. Siccome se ne stavano fermi, pensò di mettersi a cantare, sapendo di essere completamente stonato. Questo li avrebbe fatti scappare tutti. E così fu: non appena iniziò a cantare, tutti si coprirono le orecchie, ma non appena cercarono di andarsene, tutti inciamparano e caddero per terra. Trovandosi chi a faccia in giù, chi a pancia in su, chi con la testa sulla pancia dell’altro, si accorsero della loro buffa posizione. E al primo spuntò un sorriso, e poi all’altro ancora, e infine tutti cominciarono a indicarsi l’uno con l’altro, e a ridacchiare, prima in maniera lieve, e poi sempre più forte. E a quel punto anche il nostro amico si buttò per terra, e tutti cominciarono a ridere.
Da quel giorno, diventò un’abitudine in quel paese, portare le scarpe slacciate, perché, non si sa mai, metti che qualcuno abbia una giornata storta, o triste, o bislacca, vedentoti cadere, o inciampare, potrebbe iniziare a sorridere, e poi a ridere, e tu con lui.
Il nostro amico insegnò così che basta poco, anche una scarpa slacciata, per sorridere ogni tanto. Che anche il nostro spirito, che a volte sembra così forte e annodato, ha bisogno di essere slacciato, e di farci inciampare, così, come per le scarpe.
Dr. Cirillo
mercoledì, novembre 23, 2005
Là ... dai, passami il nastro adesivo... Grazie!
Allora... Il pomeriggio passato alla Casa di riposo di Santo Stefano di Cadore, tra ospiti e operatori... Ecco, là mettiamo qua, bene al centro... Poi, vediamo... Beh, la serata "Un sorriso in Palestina" proposta giovedì scorso ad Arten di Fonzaso, questa qui la mettiamo su quest'altra pagina... Bene... Attenta che non venga l'angolino, perfetto... Poi, ah sì! C'è la testimonianza portata ai ragazzi dell'Istituto Leonardo Da Vinci di Belluno, sabato mattina ... ecco ... e poi la visita agli anziani della Casa di riposo di Fonzaso... Ecco, quella la mettiamo qui, zack, sabato pomeriggio, no? Bene... Cosa dici? Ah... C'è ancora un po' di spazio su questa pagina? Beh... Lì ci attacchiamo i ricordi della dottoressa Potaci, vuoi?
"Sabato pomeriggio, a Fonzaso, due paroline: era la prima volta che passavo un pomeriggio da naso rosso in mezzo ai nonni... e alle nonne. vestite a festa e pronte a ballare, senza denti e con la voglia di canticchiare sottovoce una canzone di qualche anno fa. Che ti studiano, che vogliono sapere di dove sei. Che hanno voglia di raccontarti di Lamon. Per parlare bene con tutte queste nonne bisognava chinarsi, mettersi seduti, avvicinare la testa, proprio come con i bambini piccoli. Ma qui è tuta un'altra cosa.
Insegnami, nonna. Insegnami dov'è la tua camera in fondo al corridoio e cosa vedi dalla finestra, insegnami a fare le presine e a lavorare all'uncinetto. Insegnami la malincona di non aver mangiato le castagne, di non aver calpestato le foglie secche, di non aver le dita sporche di vendemmia. Insegnami l'aspettare il sabato per andare a ballare. Insegnami i tempi della luna per seminare e tagliare i capelli. Insegnami a fare l'orlo alle gonne. Insegnami il rispetto e l'usare il voi, a parlare dialetto, che non l'ho mai imparato.
Sai una cosa? Ci sono davvero, le mele cotte nelle case di riposo. Dentro
vassoi di alluminio, a scandire tempi che non han più senso, perchè staccati da quelli degli animali e delle stagioni, che sono stati i tempi della vita di questi nonni. Cenare alle sei, cinque e mezza, che cose meravigliose ho imparato sabato. Tra tutte, i baci che san di
lacca... però bellissimi.
Per restare coi piedi per terra, due parole del signor Dario, che
festeggiava il compleanno: "ma no ie gnesti cuei co le fisarmoniche, incoi? Ah, ho capi'...beè, mi alora vae a casa"."
Abbraccio.
martedì, novembre 15, 2005
Quelli che l'amore lo prendono a scatola chiusa. Che non si ricordano mai dove hanno lasciato la chiave.
Quelli che l'amore pensano sia un optional, che tanto in questa vita basta accontentarsi per starsene bene.
Quelli che l'amore sperano di non trovarlo mai, perché di tempo ne hanno già perso abbastanza.
Quelli che l'amore lo incontrano, accennano un saluto, ma lui sembra girarsi dall'altra parte. E invece basterebbe gridare più forte.
Quelli che l'amore se lo tengono ben stretto, perché se lo lasciassero andare scoprirebbero che il vento è molto più forte di un albero piantato anni fa.
Quelli che l'amore lo vivono, e poi ci muoiono.
Quelli che l'amore lo mostrano, come un dipinto da appendere in salotto. Peccato che ogni dipinto abbia la sua cornice, e questo vorrà pur dire qualcosa, no?
Quelli che all'amore ci credono, perché non credono in se stessi.
Quelli che dell'amore farebbero anche a meno, solo che visto che ormai che l'hanno provato, tanto vale portarlo avanti fino alla fine.
Quelli che l'amore lo fanno, e poi lo disfano, e poi lo rifanno, e poi ancora a disfarlo, ma poi lo rifanno...
Quelli che l'amore proprio non l'hanno capito, e cominciano a stare bene soltanto d'estate...
Quelli che l'amore lo tentano, e poi si spostano non appena si avvicina. A volte gli fanno pure lo sgambetto.
Quelli che l'amore lo raccontano, perché la loro vita è ben più banale.
Quelli che l'amore lo mettono al primo posto, quando in realtà di gare o di premiati non si è mai parlato...
Quelli che l'amore è la vita. Ma la tua o quella di qualcun altro?
Quelli che pensano che l'amore sia unico. Evidentemente amano dimenticare.
Quelli che si affacciano alla mattina per cercarlo, l'amore. Ma fa un po' freddo, oggi... tanto vale rientrare...
Quelli che l'amore lo dividono. E soffrono, perché ne son golosi.
Quelli che l'amore lo addestrano, perché sappia sempre comportarsi educatamente in ogni occasione.
Quelli che l'amore lo consigliano, curiosi di sapere se questa volta andrà bene o andrà male.
(continua...)
sabato, novembre 12, 2005
Briciole di bambini.
Ne ho seguite alcune, lasciate qua e là, giovedì sera a Feltre.
All'inizio le vedi u po' impaurite.
Forse hanno paura di perdersi tra la sabbia o l'erba, o di essere mangiate da qualche uccello.
Poi prendono coraggio, e mentre tu le segui, vedi che si fidano, e alla fine si mettono a correre più veloci di te, forse trasportate dal vento.
Non le raccolgo, sapete.
Le lascio lì, alla fine, quelle briciole, perché qualcuno che verrà poi potrebbe trovarle utili, per ritrovare una strada, o un'idea, o un pensiero semplice.
A Belluno, ieri sera, ho visto il dottor Paolino danzare. Per poi crollare a terra colpito da un martello di gomma.
Ho visto la dottoressa Cannuccia fare il verso del leone, ma poi assumere lo sguardo furbo e svitato di un gattino.
Ho visto il dottor Solletico con mezzo uovo in testa, tipo dinosauro Denver appena nato.
Ho visto la dottoressa Cangurotta affezionarsi a un sorriso, per poi lasciarlo volare libero, tra la fantasia.
Io m'incanto ogni volta.
Poi mi ricordo di aver indosso anch'io un naso rosso.
E tutto viene da sè.
Tutto.
Anche l'arrivederci.
mercoledì, novembre 09, 2005
Che i bambini spesso abbiano una vita più lunga della mia, questo è abbastanza evidente, no?
La speranza, chissà perché, ce la danno in dotazione un po' più in là, insieme alla consapevolezza, all'illusione, e alla maturità. Poi, come in tutte le cose, c'è chi ne fa uso, chi decide di lasciare perdere. Sta di fatto però che i bambini c'hanno più vita di me.
I bambini non fanno che mangiare durante il giorno. A noi, se ci va bene, bastano tre pasti completi.
I bambini si addormentano anche due, tre volte al giorno.
Noi, guarda caso, spesso tendiamo a fare tardi pur di concederci un po' di moment nostri.
I bambini s'innamorano e si arrabbiano più volte durante il corso della giornata. Non ci credete? Pensate a due bambini che litigano, e uno dice all'altro "Non sono più tuo amico!" e dopo 10 minuti sono lì che giocano ancora insieme, per poi capitare, magari, dopo un'oretta, in un altro litigio. Noi, e ditemi se sbaglio, se ci arrabbiamo con qualcuno, siamo capaci di tenergli il muso anche per tutta la vita. Un bambino, ne sono certo, non lo farebbe mai.
E allora ormai sono quasi certo della mia teoria: un bambino vive in una giornata tipo tre - quattro anni di vita adulta. Disegna, costruisce, legge, guarda, si addormenta, ama, litiga, parla, urla, si dispera, cammina, si fa portare in braccio, immagina, aggroviglia, disordina, ride, sogna, s'inciampa, pensa, s'intenerisce, si addolora...
... com'è che noi non abbiamo più tempo di fare queste cose?
In un giorno, dico.
Ma se non ci chiamiamo neanche tra di noi!
E poi si torna a casa la sera, e si è un po' tristi. Non si riesce neppure a mangiare o a guardare la tv. Ma a questo punto bisognerebbe tipo innamorarsi continuamente. O che qualcuno chiami qualcun altro anche solo per dirgli: "No, dico, ma hai visto che sole che c'era oggi!".
Facciamolo!
Come dottor clown siamo portatori sani di sorriso in ospedale o in altri luoghi, e non riusciamo noi, noi stessi, a portare un po' di sorriso nella nostra quotidianità? Eh... Sarebbe bello!
Perché tutto questo discorso, vi chiederete?
Non lo so.
Vorrei in certi giorni telefonare tipo a venti persone e dir loro: "No, dico, ma hai visto che cielo oggi?". E queste venti persone poi dovrebbero telefonare ad altre venti ciascuno, e via dicendo. E alla fine riusciremo ad arrivare fin dove finisce il cielo.
Sarebbe straordinario.
Straordinario.
Un bacio.
domenica, novembre 06, 2005
Non dimentichiamoci mai il potere delle parole.
Se abbiamo voglia di raccontare, raccontiamo.
Se abbiamo voglia di descrivere un vaso di fiori sul mobile vicino a noi, facciamolo. Anche se chi ci è accanto lo può vedere benissimo.
Se ci va di raccontare una storia o una fiaba, facciamolo, anche se chi stiamo abbracciando ha forse più di 30 anni.
Mettiamoci anche seduti per terra, o in ginocchio sul pavimento, se chi ci sta ascoltando è seduto su una sedia a rotelle, e da lì proprio non si muove.
Non c'è più il tempo. Lo so.
Non si ha la forza di uscire, di scendere o salire le scale, di aprire una finestra da soli.
Se provamo ad attirare l'attenzione, sì, qualcuno viene, ma solo di passaggio, nessuno ci invita a casa sua a bere il caffè.
Ci sono cose che direi, parole che pronuncerei, frasi che griderei, anche senza naso rosso.
Come quando si racconta una fiaba ad un bambino.
Mettici dentro tutto. Fai le voci. Crea, fai vedere a chi ti ascolta che esiste la fantasia. Fallo ridere. Lascia che ti interrompa per poi ricominciare. Toccagli le mani. Dagli la possibilità d'immergersi in ciò che stai raccontando. Lascialo immaginare.
Io so che quei ragazzi sanno immaginare.
Io lo so. Sebbene non riescano ad alzarsi in piedi.
Sebbene non abbiano la possibilità di guardarti sempre in viso.
Sebbene le mani siano contratte quasi per il dispiacere...
... io lo so che quei ragazzi sanno immaginare!
E allora usiamo i colori, la poesia, le carezze. Gettiamo su di loro un secchio di quello che più li farebbe saltare.
Perché io lo so che quesi ragazzi sanno immaginare.
Anche più di me.
Perché lo fanno da una vita. Quello gli è rimasto, insieme alla vita stessa.
Io ho voluto tanto bene, venerdì.
Un bene che è difficile da riassumere.
E che sinceramente non ho voglia di riassumere.
Bacio, accarezzo e abbraccio un po' tutti. Tutti quelli che venerdì pomeriggio erano a Cusighe, e hanno incontrato otto dottor clown, che li avrebbero portati via tutti.
Immaginate!
mercoledì, novembre 02, 2005
Una settimana forse un po' giù di tono.
Piuttosto annoiata, se devo dire la verità.
Per una serie di motivi... Non saprei neanche quali elencare...
Ma d'altronde, direte voi, capita, no?
Giovedì a Feltre io e il dottor Drin abbiamo incontrato S.
Sguardo piuttosto torvo, più di metà del corpo infilato sotto le coperte, modi bruschi, parole raramente pronunciate.
Questo è un diario, no?
Ecco, non mi è piaciuto l'atteggiamento che la dottoressa presente in quel momento in corsia ha avuto nei nostri confronti. Io ho la massima fiducia e il più totale rispetto per i medici che operano in ospedale, e che spesso ci hanno sostenuto nel nostro servizio, anche con affetto e simpatia. Questa volta però mi sono sentito molto a disagio: siamo stati portati di forza da S., quasi fossimo degli optional, semplicemente dei giocattoli. In realtà non siamo dei pupazzi, in cui infilare una mano, per poi, con qualche mossa strana, far sorridere i bambini. Ci vuole un attimo di preparazione, prima di entrare in una stanza. Se invece di prenderci letteralmente per il camice, e buttarci dentro, così, la dottoressa in questione si fosse un attimo fermata a spiegarci in breve quello che S. aveva... probabilmente sarebbe andata diversamente. Ho tentato di chiederglielo, e di dirle "'spetta", ma aveva tutta una fretta... e poi, dopo 10 minuti, è tornata a riprenderci, per paura che stancassimo il paziente ... Non siamo da sipario. Non abbiamo un termine prefissato. Non ci aspettiamo gli applausi alla fine del numero. Vorremmo soltanto interagire e voler bene a chi abbiamo davanti, anche se il sorriso proprio non gli viene. Credo di essere ormai in grado di capire quando il paziente non ci vuole più tra i piedi. Eppure, giovedì, a Feltre, mi sono sentito proprio a disagio. Quasi sotto esame, come se mi avessero detto "In 10 minuti dovete farlo ridere". Non lo so. Non mi sembra sia questo l'approccio giusto. Non siamo strumenti, ma un aiuto semmai.
Venerdì invece è andata molto bene. In coppia con la dottoressa Sbriciola (che ringrazio per la bacchetta magica che mi ha regalato... yeah!), siamo stati al Pronto Soccorso e in alcune stanze. E devo dire che mi sono divertito, mi sono aperto tanto, ho visto gli occhi dei bambini meravigliarsi, cosa che il giorno prima aveva trovato con difficoltà. Ma va bene così. Aprorsi. Aprirsi tanto. Quando ci riesco, mi sento bene.
Infine, ecco il racconto del dottor Paolino, che con altri compagni, sabato pomeriggio è andato a trovare gli amici di Villa Anna.
"Un pomeriggio diverso dal solito, non il solito spettacolino...
Arriviamo in cinque, "Drin", "Stiv", "Saponetta", "Coccinella" ed io, per gli altri è la prima volta a Villa Anna. Che dire?...Ho ancora ben presente il sorriso dei ragazzi mentre provavano a fare i palloncini, con alterne fortune, ogni tanto scappavano dalle mani andando a finire chissà dove... Ogni tanto invece scoppiavano tra lo stupore di chi lo pompava e tutto ad un tratto se lo vedeva sparire dalle mani...
Nel frattempo un secondo gruppo si è trasferito in un'altra stanza per imparare i balli di gruppo (e con due maestri come Stiv e Drin, che li hanno provati in auto prima di arrivare).
Arrivata l'ora della merenda (credevo di aver appena cominciato), abbiamo assistito al saggio di danza ma in men che non si dica ballavano tutti.
Dimenticavo!...visto che Halloweenera vicino, quando siamo entrati ci siamo trovati di fronte a pantere nere, vampiri e regine della notte...
Un pomeriggio incredibile tra risate, balli, palloncini che non volevano saperne di rimanere gonfi... un pomeriggio tra amici, alcuni nuovi, alcuni di vecchia data..
Fatico a trovare le parole giuste per descrivere ciò che abbiamo vissuto in un pomeriggio: posso dire che non sarei più venuto via... si potessero fermare le lancette degli orologi...
Vorrei aggiungere un paio di riflessioni fatte durante il ritorno a casa: mi stò affezionando a quei ragazzi così speciali, a Monica, Ivo, Gabriele, Giovanna, Ruggero e tutti gli altri che ho conosciuto a Villa Anna, sono felice di poter condividere questi momenti con degli amici così. Il dono della sintesi non me l'hanno lasciato sotto l'albero e dovrei scrivere almeno 5 pagine per descrivere tutto ciò che ho provato..."
Dr. Paolino
Vi auguro un bel cielo. E della terra sotto i piedi, di quella fatta per correre. Bacio. Cirillo
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