Esperienze ed emozioni di un clown in corsia
Se volete scrivere ai clown belluno@dottorclownitalia.org

martedì, settembre 27, 2005

La dottofessa Cannuccia mi fa: "Mamma, che occhi che ha quella bambina!".
Siamo appena usciti dalla dtanza, venerdì.
Tolte le mascherine, messe in tasca le emozioni, ma con i sorrisi ben stampati in volto, sorrisi che avevano cercato di disegnare in qualche modo con i pennarelli, proprio sulle mascherine bianche che poi ci avrebbero coperto metà del volto.
Non so perché gli occhi delle persone ci col'piscano così tanto.
Quelli dei bambini poi...
Sarà che sono un po' ancora vergini.
Che sanno piangere un sacco, e non se ne vergognano.
Che sanno prendere tutto con la giusta dose di curiosità.
Che sanno chiudersi e sognare.
E sognare anche se aperti.

E' vero. Quella bimba ha degli occhi meravigliosi.
Profondi, quanto la sua malattia.
Stanchi, come il suo corpo.
Lucidi, come il cuore di sua mamma.
Ma belli.
Come la vita.
Già. Perché la vita ti dà di quelle botte, a volte, che ti vien voglia di rimanere per terra per tutto il resto della tua esistenza. Ma poi lo vedi. Vedi che gli occhi belli ce li hai ancora. Vedi che il cuore in fondo batte ancora, anche se a fatica. Vedi che intorno a te, vicino a te, qualcuno, sebbene non siano tutti quelli che vorresti, rimane. E allora ti rialzi, e fai vedere a quella stronza di vita che gli occhi belli ce li hai ancora, che quelle botte non te li hanno fatti diventare neri, pesti, sanguinanti. E un po' ti vien da ridere. Poi piangerai ancora, si sa, di botte giuste e ingiuste ne arriveranno ancora, ma c'è un momento in questa vita in cui ti accorgi di avere gli occhi belli. O perché qualcuno te lo dice, o perché allo specchio prima o poi ci arrivi per guardarti.

Le botte della vita. Schivarle non serve a niente. Bisogna essere pronti anche a saperle prendere. E soprattutto, a non chiudere gli occhi. Come quella bimba, venerdì, in ospedale.

PS: grazie, grazie a tutti i bimbi e agli amici che sabato e domenica ci sono venuti a trovare alla Festa del volontariato al Borgo, a Belluno. Abbiamo riso un sacco, e il weekend di sole ci ha sorpreso come non mai. Abbraccio.
postato da cirillo alle 09:28 | link | commenti (4)
venerdì, settembre 23, 2005

Due occhi così.
Grandi. Bagnati. In movimento.
Che correvano dietro alle emozioni.
E i capelli che sembrano saltare come i pensieri.
E niente da dire.
Soltanto un sorriso da mostrare.
No, non sto parlando di un bimbo che ho incontrato in ospedale.
Sto parlando di un papà.
Un papà appena sfornato, avrà avuto circa 5 ore.
Ed era lì, già in piedi.
Ma si reggeva al vetro, per non perdere l'equilibrio.
E poi farfugliava qualcosa...
... e secondo me gli veniva da piangere.
Continuava ad indicarci col dito il suo nuovo mondo.
E noi a fargli i complimenti, gli auguri.
Ti veniva da accarezzargli la testa.
E poi secondo me, appena fuori dall'ospedale, avrà corso per un po', proprio come farà il suo bambino tra un po'.
Ora capisco da chi prendono i padri. Dai loro bambini appena nati!

"Provaci anche tu!", mi ha suggerito ad un certo punto.
"Grazie del consiglio - gli ho detto - Vedrò cosa posso fare...".

Un abbraccio a tutti i papà che incontriamo al nido di Feltre, ogni giovedì.

postato da cirillo alle 10:55 | link | commenti
mercoledì, settembre 21, 2005

Non sono pratico di tanti mondi.
Di alcuni sì, di altri meno.
Ci sono situazioni in cui non so come funziona.
Come con la cioccolata.
Ne prendi una barretta, e cominci a mangiarla, a sentirne il gusto tra i denti ed il palato, e poi... poi ad un tratto finisce. E allora cerchi in gola quel gusto che per un po' di tempo ti permane sulla lingua.
Ecco. Nella vita ti capitano momenti fatti di cioccolata.
Ti ritrovi inserito in qualche mondo. E con questo mondo stai bene. E vorresti prendere casa lì, farci anche il giardino, non so, costruire un aquilone e farlo volare in uno dei prati di questo mondo...
Vorresti una vita lì.
E invece... anche quel mondo ha i suoi confini, i suoi limiti... può essere tondo, ma non puoi mica girarci intorno per l'eternità...
... e allora ci vai a sbattere su quei confini ... e come con la barretta di cioccolata, un po' fai una faccia buffa, tipo "già finito?" ...

Non lo so di quali mondi voi siate pratici.
Spero che abbiate la possibilità d'incontrarne diversi.
E di poterci far volare, almeno una volta, un aquilone sopra.
postato da cirillo alle 09:52 | link | commenti (1)
lunedì, settembre 19, 2005

Venghino, siore e siori, venghino...

Una mattina con i bambini per dire grazie.
Credo potrebbe diventare una pratica comune.
Ogni qualvolta vi sentite di dire "grazie" a qualcuno, passate un'intera mattinata con lui. Magari vi portate appresso naso rosso e qualche amico, fate un po' i matti, e vedrete che quel grazie si trasformerà in un grande abbraccio.

Grazie però lo voglio scrivere anche su questo foglio bianco.
Grazie ai bambini e alle maestre della scuola elementare di Borgopiave, che durante l'estate si sono prodigati a realizzare lavoretti e simpatie, e dopo averle vendute in un mercatino speciale, hanno deciso di donare ciò che avevano ricavato al nostro gruppo di Belluno.

E allora grazie!
Grazie alla fantasia dei bambini, che in questa vita continua a sorprenderci e darci tanto.
Abbraccio... in questi giorni così grigi, piovosi e pure freddini ... brr...
postato da cirillo alle 16:28 | link | commenti
domenica, settembre 18, 2005

"Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri"

Antonio De Curtis (Totò)

Questo pensiero, riflessione forse, addirittura preghiera per certi versi, me l'ha inviata la dottofessa Cannuccia, che a sua volta l'ha ricevuta dall'amico Tore Sechi di Padova, che abbraccio forte.
postato da cirillo alle 09:57 | link | commenti
venerdì, settembre 16, 2005

"Non li ciopocio ciù queci paiaci".
E' la frase con cui la principessa A. ci ha congedato ieri sera dalla propria stanza, all'ospedale di Feltre. Si è messa una mano sulla fronte, e l'altra lungo i fianchi, e assumendo una postura da attrice drammatica, ha pronuncato queste farole piene di "ch", che ci ha fatto morire dal ridere. E poi a guardarci con gli occhi severi, e a spiegarci che suo nonno va a funghi e sua nonna li cucina. Qualche sorrisetto le scappava ogni tanto, ma seria, riprendeva il controllo delle sue emozioni, e ci guardava come per dire "adesso, che gli racconto a questi qua" ... e poi, finito il consueto giro, uscendo per il corridoio, l'ho incontrata ancora A., in braccio alla mamma ... ma questa volta non chiacchierava, aveva appena pianto ... i duri hanno due cuori, ho pensato ...

Io e il dottor Drin abbiamo poi visitato E. che ha l'abitudine di prendere in mano gli orbettini, piccoli e inncui serpentelli ... e le cavallette ... e poi ha un "oc" (maschio dell'oca) che si chiama Tonio, ed è tanto intelligente, tanto da farle i compiti al pomeriggio ... Io mi sono sempre stupito dei bambini che non hanno paura degli animali ... c'è chi ne rimane affascinato, gli piace guardarli sui libri, in tv, o che ne so, in qualche triste zoo ... poi incontri quei bambini che hanno la fortuna di avere una piccola fattoria in casa, e non hanno paura neanche di tenere in mano piccoli serpenti o lucertole ... se poi sono bambine, suona alquanto più strano ... secondo me a questi bambini piace tanto stare nell'erba, e si sentono a casa quando ad un tratto una cavalletta salta loro in mano ...

... ha pianto per diversi minuti ... sì, piangeva ... e il primario mi fa: "provaci tu" ... l'ho guardato, lui ha guardato me dal braccio del papà ... sembrava quasi un duello western ... sarà il cappello che mi è capitato in testa ... saranno state le bolle di sapone ... sarà stato squilibrio che mi spuntava dalla borsa ... ma quelle lacrime hanno smesso, e qualcuno ha vinto il duello ... lui, ovviamente, non appena ha allargato la bocca e mi ha fatto vedere i dentini ...

"Non li ciopocio ciù queci paiaci"... Sarà, ma io non riesco a farne a meno...

postato da cirillo alle 09:12 | link | commenti
giovedì, settembre 15, 2005

Secondo voi, se uno accende la radio al mattino e sente, proprio di botto, "Everybody Hurts" dei R.e.m. ... e poi si mette a leggere quello che la dottoressa Aspirina ha scritto ieri ... ma non vi viene una gran botta al cuore?

"Ieri ho imparato che la valigia della Tea… è davvero speciale!
Nella valigia dei desideri ci stanno davvero tante cose… e sia che sia di pietra o di cristallo oppure verde o rossa… dentro ci possono stare davvero mille cose e mille segreti…. Speriamo solo che la luna sia in grado poi di conservarli …questi desideri!
La Dott.ssa Schizz… mi supporta sempre in queste miei ideone che mi vengono da dentro… nelle quali mi butto… così quasi senza pensare… per fortuna che c’è lei che mi rende tutto un po’ più facile ...
Ieri sera abbiamo giocato con la valigia della Tea… eravamo un po’ stanche… questi ragazzini ci stavano prosciugando tutte le energie... noi non riuscivamo più a dare nulla e loro,invece, avevano ancora così tanto da dire!
Costruiamo una valigia immaginaria e la appoggiamo sui loro letti… e chiediamo loro di metterci dentro i loro desideri…
I desideri sono cose importanti uno non li dovrebbe sprecare… ed è per questo che una bimba ieri mi ha detto: “…Io vorrei non piangere più…perché se piangi, sai,ti portano in ospedale... Io a casa piangevo sempre!. Ed è per questo che mi hanno portato qui..!” …” Vorrei anche uno gnometto che stia sempre con me ...e non mi faccia più accadere le cose brutte” …E i desideri venivano messi in questa valigia con un tale impeto e una tale rabbia che faceva quasi paura…
Ed io che cosa facevo? Mi limitavo a guardare ad ascoltare e cercavo gli occhi della mia compagna la Dott.ssa Schizz…che con complicità cercava di minimizzare il tutto…e io pensavo tra me…” Perché speravo che questa bimba mi dicesse che avrebbe voluto mille bambole per giocare?…Forse mi avrebbe fatto meno male!” …
E questa bimba…continuava a guardare la valigia…come se fosse vera, come se esistesse davvero…e continuava: “ Vorrei anche scardinare tutte le porte di casa… così non mi chiuderanno più dentro…”
..era davvero arrabbiata…ed io anche…e Schizz in silenzio..…e senza farci notare…scuotevamo la testa..

Ogni bambino grande ieri sera ha avuto la sua valigia e dentro ci ha messo le sue cose..e alla fine tutti ci hanno scortato all’ascensore, attenti, per vedere se veramente le portavamo con noi …queste benedette valigie!

Tra di me pensavo…fai che questa notte, quando aprirò queste valige…la luna sia pronta a ricevere tutto ciò che le consegno…questa volta non posso deludere! Nessuno merita di essere deluso…e questi bambini hanno tutti il sacrosanto diritto di vivere sereni..
Luna ti prego…aiutali tu!

Grazie Schizz.. perchè queste cose mi capitano sempre con te?
Grazie…Aia…che ci sei sempre..
Grazie “Primario”… che mi sostieni …"

Dottoressa Aspirina


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mercoledì, settembre 14, 2005

Che cosa c'è nelle guance dei bambini?
Forse i sorrisi, che non ti fanno mai.
Oppure lo zucchero che finisce poi sulle caramelle.
O tante parole, che pronunciare sarebbe migliore.
C'è forse la voglia di sentire un bacio lì fuori,
e se sono bimbe, la voglia di sentirsi truccate.
C'è dell'aria in avanzo, quella con cui si gonfiano le nuvole.
Ci sono rumori e suoni, che li sentono anche i più sordi.
C'è una lingua che cerca i dentini più in là.
C'è persino una voce, che un dì canterà.
C'è un pianto in attesa, che passa un po' prima per gli occhi.
Ci son sentimenti, che nascosti se ne stanno quatti quatti.
C'è un po' di carne, e la voglia di essere rosse.
... c'è tutto quello che da grande nasconderai con le rughe.

Alle guanciotte di Jasmine, incontrata a Feltre giovedì scorso.
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martedì, settembre 13, 2005

Scrivere. Ai miei amici piace scrivere. E ne sono felice. Sereno, ogni volta che vi leggo.

"Finalmente si ricomincia....
Lo dico così perché mi sono reso conto che il periodo di "ferie" per me è stato deleterio..si! E' proprio la parola che volevo usare... mi sono reso conto che la lunga inattività mi svuota, mi sentivo spento a non pensare al venerdì che mi aspetta, oppure alla scuola e ai vari appuntamenti nelle scuole o in altri centri. (...) Dicevo: mi mancava il mio naso rosso... Non ne ho mai sentito la mancanza come durante queste ferie... Mi sono reso conto anche da cosa è dato questo disagio, il bisogno di stare a contatto con la gente, parlare, ascoltare delle storie, raccontarle... Sopratutto ascoltarle.
Ma cominciamo a parlare di cose serie.
Finalmente abbiamo ricominciato (anche a Belluno)...6 clowns 6...tanti? non dopo aver visto quanta gente c'era in reparto, al Pronto Soccorso ed al Nido...
Cannuccia e Cri-Cri si sono occupate del Pronto Soccorso dove A. doveva fare la pipi e ci son voluti 3 tentativi (con tutto il tempo tecnico nonché biberon di liquidi per facilitare l'operazione) che alla fine era forse più contenta la sorella G. che finalmente poteva andare a casa (ad un certo punto eravamo in 4 a far psssss, ma neanche così ha funzionato).
Rotolo e Ranocchio hanno intrattenuto una signorina con mamma che aspettavano la visita, ma i tempi erano un pò lunghi quindi quando si passava una piccola intrusione in quel quartetto che chiacchierava amabilmente era d’obbligo sopratutto visto che ero l'unico maschietto per chiedere secondo lei qual'era il clown più bello (non ci crederai ma ho sbaragliato la concorrenza). M., 8 anni e già le idee chiare, alla domanda "E ce l'hai la morosa? ha risposto "NO, e neanche la voglio".
Ho fatto il giro con Bucaneve e per primo abbiamo visitato un isolamento... bolle dalla porta ed il topo che faceva ciao ciao, e al momento di allontanarci una lacrima è scesa... ne voleva ancora... e ancora. S., 7 mesi e una gran voglia di fare linguacce... la lavastoviglie nella sala giochi dove genitori e ragazzi di tutte le età si sono prodigati a far girare i piatti e romper bolle con le spade. E poi il nido: genitori, nonni, amichetti in visita ai nuovi arrivati e per tutti un sorriso ed un palloncino da portar a casa... e la serata si è conclusa con un bel bicchiere di tè offerto gentilmente dalle infermiere... Posso dire solo una cosa: un'accoglienza meravigliosa da parte di tutti...
Ma devo raccontarti anche della visita a Villa Anna!
Sicuramente ricordi Ruggero, Giovanna, Orazio e tutti gli altri ospiti del centro... Siamo in 6 e ci presentiamo al cancello dietro come d'accordo e veniamo subito sgamati dai ragazzi (che casualmente guardano dalla finestra)... quella che doveva essere una sorpresa non funziona pazienza ci cambiamo e (tra l'emozione generale) buttiamo giù un programma di esecuzione dei giochi e quando entriamo trovo che la sorpresa ce l'hanno fatta loro a noi...le pareti sono tappezzate dai disegni dei ragazzi raffiguranti i dottori clown che sono stati a trovarli nella precedente occasione... un'emozione grande mi prende direttamente il cuore, sono letteralmente commosso al punto che non riesco più a dire niente se non grazie (credo un' ottantina di volte mentre i ragazzi si mostravano visibilmente contenti del effetto provocato). La dottoressa Potaci stupisce tutti con il suo gatto spagnolo... tra un trucco di magia e l' altro miliardi di bolle di sapone e piatti che girano (la dott. Ranocchio e Fettuccina hanno fatto due polmoni così a forza di soffiar bolle)... e poi... la dott. Tabata con i suoi fazzoletti volanti e... il mare in tasca. Proprio il mare in tasca... e i nostri pupazzetti dei pesci che non dovevano uscire dall'acqua... mi è rimasto nel cuore il viso di Marco... pura gioia mentre faceva alzare le onde fino al cielo... grande Tabata!!! La dottoressa Ninna-ho che correva di qua e di là... e poi balli (latino- americani) fino allo sfinimento, Marco e Giovanna ci hanno mostrato come stanno seguendo un corso di ballo. Grazie amici per aver condiviso questo caldo pomeriggio autunnale con dei ragazzi davvero speciali... e dopo 2 ore quando arriva il momento dei saluti sono esausto ma contento nel vedere i visi sorridenti di tutti... e dopo aver dispensato migliaia di baci e abbracci ce ne usciamo non senza smettere di mandare un ciao con la mano a tutti nella speranza di poterli rivedere presto... che fatica uscire dalla stanza, ogni volta che ci provo mi sembra di aver dimenticato di salutare qualcuno e torno indietro...".

Dr. Paolino
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lunedì, settembre 12, 2005

Le persone vere provano emozioni. Lo sapevate?

"Il naso rosso mi ha fatto un altro grande regalo stasera…intendiamoci, ogni volta che lo indosso mi regala il mondo, ma stasera si è proprio superato…ha voluto ricordarmi che non sono sempre stata alta 1.80 e che se oggi faccio o ho fatto delle scelte è perché nella mia vita ho incontrato tante persone, che magari sono passate veloci e la loro presenza è durata il tempo di un gioco, ma che hanno lasciato un segno indelebile che quando meno te lo aspetti ritorna a riempirti il cuore.
Ma veniamo ai fatti: questa sera in ospedale noi clown aspettavamo visite. I bambini del grest di Borgo Piave hanno creato con le loro mani tanti oggetti che poi hanno venduto nel corso di un mercatino. E invece di farsi una bella pizzata tutti insieme…cos’hanno deciso? Di donare il ricavato a noi clown…”PER UN SORRISO IN PIU’” come hanno detto loro…Così proprio stasera alcuni di loro accompagnati da alcune maestre sono venuti a vedere cosa facciamo assieme ai loro coetanei ricoverati in Pediatria…
Al loro arrivo li accolgo come se la sala d’aspetto del Pronto Soccorso fosse casa mia e comincio con loro il rituale gioco dei nomi: comincio a spararne a decine per azzeccarci quello giusto ma non ne imbrocco neanche uno…poi i miei occhi si soffermano su una delle maestre…la guardo bene e da non so quale meandro del cervello (o forse del cuore, ma lo scoprirò dopo) mi esce…Pia!
Questa sbarra gli occhi e io capisco che devo averci azzeccato, e quando ci penso bene sbarro gli occhi anch’io…Pia non è un nome così comune…come mi è venuto?
Mentre continuo a sparare nomi a raffica per indovinare quello delle altre maestre continuo a pensare che non è possibile che il fatto di aver indovinato quel nome sia solo puro caso…finchè improvvisamente, proprio come è arrivato quel nome, mi arriva un immagine: ci sono io dietro un banco di scuola, con un grembiule bianco tutto sporco di colori a cera e poi c’è una maestra, che però non è dietro, ma davanti a una cattedra dal ripiano verde chiaro e ha un sorriso che…non posso sbagliarmi…è lo stesso sorriso che ora ho davanti. Ho quasi paura di sbagliarmi, ho paura che la magia di questo momento si spezzi improvvisamente, ma alla fine glielo chiedo: “non è che lei PER CASO (?) ha insegnato per un anno a Santa Giustina, a una quarta elementare che a fine anno ha anche raccolto le firme per farla restare ma non è contato niente?”
Lei riesce solo a fare un cenno con la testa e io vedo i suoi occhi che brillano andando su e giù…e così è inevitabile…scatta un abbraccio più unico che raro: una maestra piccola e una bimba grande che fa il clown perché vuole restare piccola. E in quell’abbraccio ci sento e ci vedo tante cose: ci vedo i burattini di gommapiuma che abbiamo creato insieme e con cui abbiamo inventato tante storie. Ci vedo il disegno con i pastelli a cera che non ho mai finito. Ci vedo lo scarabocchio da cui è uscita una bellissima ballerina col tutù azzurro. Ci vedo la lettera che i miei compagni e la mia maestra mi hanno scritto quando sono stata operata di adenoidi. Ci vedo la lettera al direttore con tutte le nostre firme per far restare la maestra…che forse è stata la prima volta che firmavamo un documento…anche se scritto a mano su un foglio a protocollo con le righe di quarta, pienamente consapevoli di ciò che stavamo firmando. Ci vedo una foto ricordo con tutti i miei compagni e la maestra Pia e con sotto la scritta “Anno Scolastico 1989-1990. Classe 4C”.
E ci sento due cuori che battono…li ho proprio sentiti…non me li sono immaginati…battevano insieme e insieme avrebbero desiderato restare dentro a quell’abbraccio per ore, a vedere tante immagini di una maestra grande e di una bambina piccola che voleva diventare grande.
E’ proprio vero che a volte basta un sorriso per farti sentire sulla strada giusta.
Grazie maestra Pia".
Dottofessa Cannuccia Quarta C

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martedì, settembre 06, 2005

Conoscere il silenzio attraverso le emozioni scritte. Io in silenzio che leggo il silenzio provato da qualcun altro in un momento di silenzio. Fondamentale. Soltanto così ciò che abbiamo bisogno di condividere viene realmente condiviso. Quando i silenzi si mescolano. Pensate al bacio, ad uno sguardo tra due amici, alla lettura di una lettera. Per esempio scritta dal dottor Solletico. Ssst...

"Il tirocinio dell’ultima covata di Dottor Clown bellunesi volge al termine. Quello di stasera a Vicenza sarà infatti l’ultimo servizio. Ad onor del vero sarebbe il servizio ultimo-bis, considerando che l’apprendistato si sarebbe già concluso una settimana fa, ma la prospettiva di una serata in discoteca per festeggiare con i colleghi vicentini la pausa estiva ha indotto le dottoresse Saponetta e Potaci, oltre al sottoscritto, ad aggiungere una tappa in più al San Bortolo di Vicenza. Impegno sociale va bene, ma una serata in compagnia fa solo che bene e fortifica lo spirito di corpo! Da domani penserò con una certa nostalgia ai viaggi del mercoledì sera, al bagagliaio zeppo di borse, zaini e valigie con il loro contenuto di camici dipinti, calzini colorati, pantaloni rattoppati... Per non parlare del “carico umano” colmo di esperienze, confidenze, storie, prospettive, speranze, ambizioni. Senza peli sulla lingua e senza remore, come si usa fare tra amici di lunga data. Noi che fino a qualche mese fa eravamo perfetti sconosciuti. Magia del naso rosso!
(...) All’arrivo al parcheggio dell’ospedale la solita tragedia: uscire dall’auto trasformata dall’aria condizionata in un’oasi artica. Il dramma è lo stesso che può attraversare una zuppa di verdure surgelata nell’uscire dal freezer per affrontare la procedura di scongelamento rapido in un forno a microonde. In perfetta sincronia con i nostri tempi arriva pure Tea, altra dottoressa dal naso rosso. Ci salutiamo calorosamente mentre scarica i suoi bagagli, tra cui una vecchia valigia in cuoio dalle chiusure ossidate, una di quelle classiche valigie che si possono immaginare ai piedi di un emigrante quando, malinconico sul ponte della nave, guarda la sua terra natia scomparire all’orizzonte. Chissà quanti viaggi e quante storie potrebbe raccontare questo “articolo da rigattiere” se il suo cuoio ne avesse memoria… Faccio finta di essere educato, mi avvicino e raccolgo la valigia, Tea ringrazia ed insieme a Barbara ed Elisa ci incamminiamo verso l’ingresso. “L’immaginavo più pensante, questa valigia…” commento ad alta voce. “Infatti contiene solo spazio da riempire” replica Tea. ”Entra in ospedale vuota e ne esce piena di speranze di coloro che andiamo a visitare. Nel reparto in cui vado c’è bisogno di parlare di speranze. Parlarne perché continuino a sopravvivere malgrado tutto”. Rimango un po’ interdetto e rispondo con un mesto “Capisco”. “Presto servizio in oncologia” continua Tea guardando pensosa un punto imprecisato davanti a sé. “L’avevo intuito” rispondo con lo sguardo basso quanto il tono di voce. Percorriamo i corridoi dell’ospedale. Solite espressioni. Solito via vai. Nello spogliatoio troviamo il resto della combriccola clown, chi già calato nella propria divisa colorata, chi impegnato davanti allo specchio tra rossetti e ceroni. Appoggio delicatamente la vecchia valigia a terra; Tea mi ringrazia con una stretta di mano forte e decisa. Giudico questo gesto come un formalismo un po’ eccessivo, ma forse questa valigia ha un’importanza che non so intendere. Mentre sono impegnato davanti allo specchio a disegnarmi il tradizionale occhio nero, mi fisso per un attimo negli occhi e ragiono tra me e me: oggi sarà l’ultimo servizio tra queste mura prima di tornare nella piccola realtà bellunese e perché quindi non sfruttare quest’ultima occasione per un esperienza a tinte forti che a Belluno non potrei fare? Il caso oggi ha dato delle precise indicazioni in tal senso… Mi propongo allora di chiedere alla capo-comico Dada di aggregarmi a Tea ed agli altri clown dell’oncologia, reparto sino ad ora negato alle nuove leve. L’adunata chiamata a gran voce dalla Dada mi coglie impreparato come sempre e, mentre varco la porta degli spogliatoi infilandomi il camice, sento la Dada che dice: “Stasera in pediatria avremo tanti nuovi clown per pochi vecchi clown: qualcuno dei nuovi se la sente di andare in oncologia?”. “Eccolo!” mi propongo senza perdere tempo. Oggi era proprio destino. Mi segue a ruota nella scelta azzardata anche la dottoressa Saponetta: l’adoro. Tea ci fissa negli occhi con sguardo serio: “Ve la sentite davvero?”. (...) Passiamo in rassegna i pazienti nelle cui stanze il personale medico ci ha dato il permesso di entrare. Le nostre visite si susseguono abbastanza agevolmente. Intratteniamo persone che se fossero in abiti normali anziché in pigiama nulla darebbero a sospettare di quella ruggine dannata che li insidia dall’interno, corrodendoli. Gente pronta all’ironia, gente che malgrado tutto ha ancora la forza di ridere alla vita. Gente che, forse, nutre concrete speranze. Gente che, forse, sa nascondere bene la propria rassegnazione. Un compito abbastanza facile il nostro: temevo ma anche speravo in un servizio più impegnativo. Non sempre è così, mi dicono, qui in oncologia. Il tempo passa. L’orario del servizio vola come sempre. Ormai è tardi. Ci rimane il tempo forse per un’ultima stanza. Bussiamo, chiediamo il permesso d’entrare, varchiamo la porta. Troviamo una donna distesa sul letto, poco più di sessant’anni, sempre che la malattia non ne alteri l’età al mio giudizio. Una figlia le sta accanto in piedi, tra una flebo e qualche strano marchingegno elettronico. L’espressione della madre lascia ben poco spazio ad ogni velleitaria diagnosi ottimistica. Per un po’ facciamo del nostro meglio: la donna non ha poi troppa voglia di parlare o forse non ne ha la forza. Il suo sguardo è pregno di gratitudine, ma anche rassegnato, quasi a scusarsi della propria condizione. “Ora facciamo un incantesimo” dice, rivolta alle due donne, una clown di cui ho già dimenticato il nome. “Dovete concentravi su di un sogno e metterlo in questa valigia. Dovete pensarlo intensamente e non dirlo a nessuno. Noi lo custodiremo gelosamente fino alla mezzanotte, quando apriremo la valigia per dargli la libertà e farlo volare in cielo, oltre le stelle. E’ lì che i vostri sogni potranno anche diventare realtà. Oltre le stelle.” Madre e figlia si guardano un po’ sorprese. La figlia adempie sbrigativamente con una scarna gestualità a quanto richiesto considerando evidentemente questa trovata per la sua natura più semplice: un gioco. La valigia aperta è ora rivolta verso la madre. La donna abbandona quell’apatia che sino ad ora l’ha contraddistinta ed inizia una sorta di danza. Raccoglie le mani a coppa davanti al proprio volto con una delicatezza estrema, quasi stesse accarezzando dei cristalli leggeri come un soffio. Le palpebre si abbassano, assorte quasi in atteggiamento ascetico. Con le pallide labbra gonfie e screpolate dalla terapia depone un bacio entro i palmi, laddove, ne sono convito, aleggia veramente qualcosa. Chiude le mani e le incrocia ora sul petto, quasi per far percepire il battito del proprio cuore a ciò che racchiude nei pugni: senza pulsazioni nulla può vivere, neanche un sogno. I suoi gesti, morbidi e delicati, mi ricordano quelli del Tai Chi, un’arte marziale che sviluppa tecniche di meditazione con lentissime progressioni di movimenti, elegantissimi. La donna tende poi le mani verso la valigia, le apre e vi depone all’interno quella presenza lieve ed impalpabile. Un soffio: il sogno è lì dentro, al sicuro. L’incantesimo ha avuto luogo. La sua attenzione, che sino a questo momento e per quei lunghi istanti è stata unicamente concentrata su quei gesti, si rivolge ora verso di noi. E’ quasi stupita della nostra presenza, come se l’avessimo sorpresa a fare qualcosa di estremamente personale ed intimo. Il suo sguardo incrocia l’uno dopo l’altro quello di tutti noi. Mi risulta assolutamente impossibile sopportare quegli occhi. Come quello della mitologica Medusa, il suo sguardo mi trasformerebbe in maniera irreversibile, diventerei un uomo turbato, scosso, forse singhiozzante, sicuramente non più disinvolto. Cerco allora conferma delle mie emozioni nelle espressioni degli altri clown: condividere un’emozione può servire a non lasciarsi travolgere dalla stessa. Cerco una via di fuga: un rude montanaro orgoglioso fino all’osso quale sono non può permettersi di commuoversi, tanto meno davanti a testimoni. Devo guardare altrove. O almeno non guardare direttamente. Come Perseo sopportò lo sguardo di Medusa riflesso sul proprio scudo, uso come specchio il volto della dottoressa Saponetta, in piedi al mio fianco, e trovo rifugio nei suoi occhi, occhi capaci di rendere mansueto un Tirannosauro Rex in giornata storta, paturnie cenozoiche comprese. Li scopro gonfi e umidi, quasi fossero di cera: sospetto che anche i miei non siano da meno. Mi aspetto da un momento all’altro che una lacrima accarezzi il suo morbido profilo scivolando veloce sul cerone steso sulle gote per poi tuffarsi dal mento perdendosi verso il basso, fino ad infrangersi sul pavimento. Sarei disposto a trasformarmi in piastrella per dissetarmi con quella lacrima ed assaporare il gusto agrodolce di un’emozione autentica, anche se chiamata “commozione”. Saponetta… Quel suo sorriso spontaneo e solare come il girasole che porta disegnato sul camice, quel suo sorriso così dolce da provocare attacchi di diabete a chiunque abbia la sventura di esserne destinatario, quel suo sorriso che ha un non so che di insolito e fatato come insolita e fatata è la sensazione che ti lascia indelebile addosso, quel suo sorriso è uscito silenziosamente dalla stanza cedendo il posto ad un paio di labbra che non sanno più cosa fare. Contrarsi in un sorriso di circostanza perché un clown deve comunque mostrarsi sorridente infondendo allegria? Oppure farsi improvvisamente tristi perché quello stesso clown dovrebbe anche saper essere sincero e non vergognarsi delle proprie emozioni? Come spesso accade, tra il bianco ed il nero alla fine a prevalere sono le infinite tonalità di grigio. E’ dura portare serenità quando è più facile ricevere un senso d’inquietudine… Forse c’è un tempo per fare gli scemi ed un tempo per fare le persone serie, così nel nostro servizio, così nella vita. Ad ogni modo, un nodo alla gola collettivo ci impedisce di proferire parola: il silenzio è d’obbligo, anche per non rompere la magia del momento. Istanti di silenzio che sembrano un’eternità. La clown di cui continuo a non ricordare il nome trova il coraggio di schiarirsi la voce e di fare una battuta chiudendo la valigia: “Con quello che ha messo qui dentro, signora, per sollevarla e trasportarla dovremo impegnarci in due…”. Una risata e la tensione svanisce. Difficile trovare una formula per accomiatarsi in casi come questo. Ciao? Troppo informale ed un tantino irrispettoso. Arrivederci? Chissà a quando e chissà se. Auguri? Velleitari, come fossero destinati a chi ha una pistola puntata alla tempia. Addio? Uno schiaffo sarebbe più dolce. Un sorriso ed un gesto con la mano sono forse il saluto più gradito, perché spontanei e comunque sempre contraccambiati. Ci congediamo innegabilmente commossi.
Ritorniamo negli spogliatoi per riunirci agli altri. Ritroviamo la dottoressa Potaci che ci confessa di aver trovato la forza di visitare una bambina leucemica da mesi ricoverata in pediatria, ma che nessuno di noi “tiroclown” aveva mai avuto la possibilità o forse il coraggio di affrontare. Potaci ammette di essere rimasta sorpresa nel vedere “come una bimba di sette anni possa portare la mascherina come un vestito e non perdere il sorriso che non si vede ma c'è, lì tra le pieghe degli occhi”. Mi verrebbe voglia di abbracciarla e di sbacciucchiarla tutta, ‘sta adorabile “potaciona”! Ma con il rossetto alla Sbirulino che porto gli effetti sarebbero devastanti. Attenderò un’occasione più propizia per farlo. (...) Sono di nuovo al volante. (...) A quest’ora il traffico è scorrevole, la nottata serena, le stelle luminose. Già, le stelle. Eccole lassù. Lo so per certo: Tea avrà sicuramente aperto la sua valigia… L’immagino in ginocchio sul giardino di casa con la valigia spalancata sull’erba davanti a sé e lo sguardo rivolto in alto verso le stelle, in questo stesso preciso momento e nella stessa precisa direzione in cui sto guardando ora io... Ma accade l’inevitabile: un animale mi attraversa improvvisamente la strada a pochi metri dall’auto lanciata in piena velocità! Non riesco neppure a capire di cosa si tratta: un gatto, una volpe, forse un tasso… Il doppio sussulto dei pneumatici decreta una drammatica sentenza. (...) E’ proprio vero: guardare in alto per pregare e sperare è inutile se non si mantiene costantemente l’attenzione ben concentrata su ciò che ci accade intorno. Ogni santo giorno ci vuole sì un po’ di poesia per vivere meglio e per amare con passione autentica, ma è grazie alla meccanica, alla fisica, alla medicina, alla chimica, a Sua Maestà la Scienza se viviamo come viviamo. I sogni affidati alle stelle risultano fini a sé stessi se non sono accompagnati da una ferrea forza di volontà e da una vigorosa vitalità nel volerli raggiungere. (...) una cosa l’ho capita una volta di più: una valigia vuota da riempire con le proprie ambizioni può anche aiutare, ma senza determinazione, senza entusiasmo per la vita e senza fiducia in sé stessi e negli altri quella valigia sarebbe destinata ad essere un anonimo bagaglio dimenticato su di un polveroso scaffale in un ufficio oggetti smarriti".

Dr. Solletico, 27 luglio ‘05
postato da cirillo alle 09:11 | link | commenti (2)
lunedì, settembre 05, 2005

Un cerchio di persone.
Non è difficile immaginarlo.
E non serve nemmeno un compasso per tracciarlo.
Nessuno ne individui l'area per piacere.
E non calcolatene nemmeno il raggio, precisini che non siete altro.
Un cerchio di persone che hanno voglia di raccontarsi.
Non una persona che incontri il lunedì mattina, che ti chiede com'è andata il weekend, e bla bla bla ci vediamo per il caffè bla bla bla una delle prossime sere usciamo insieme ... baggianate ...
Tante persone.
Tutte disposte in cerchio.
Ognuna piena di propri pensieri, che per una volta ogni tanto si mescolano con quelli di altri dieci - venti - trenta persone ...
C'è chi ascolta, chi apprende, chi condivide, chi qualcosa da ridire ce l'avrebbe pure, chi s'incuriosisce e chi qualcosa sapeva già.
Un cerchio di persone, che non è chiuso.
E' pronto ad allargarsi presto, per accogliere lì in mezzo l'affetto e i bisogni di chi proprio non ha voglia, in quel momento, di far parte di un cerchio di persone.
Un cerchio di persone che gira.
E vola via, ti porta dove vuoli... Come le pale di un elicottero acceso, esso ti alza da terra e per un attimo ti fa vedere le cose dall'alto. Tutte.
Un cerchio di persone, e i brutti pensieri restano fuori, appiccicati a quella circonferenza, ma sempre fuori.
Un cerchio di persone immerso nei laboratori di giocoleria, pittura zen, di coccole ... nei discorsi sull'oncologia e sul dolore del bambino ... nello scambio di opinioni e vicissitudini ...
Un cerchio di persone. Disegnato a mano libera.
Che se ci pensate, la natura lo fa ogni giorno, quello di disegnare a mano libera.
E noi stupidi, a cercare compassi e goniometri.
Un cerchio di persone.
Che diventa di qualsiasi forma tu voglia.
E poi "pluff" ... fa come le bolle di sapone ...

Buon viaggio dottor clown di Belluno.
Siete stati cerchio... ma saprete essere tante forme diverse ...

postato da cirillo alle 12:44 | link | commenti
domenica, settembre 04, 2005

Dovrei dormire, vero.

Ma avevo delle cosucce da sbrigare davanti ad uno schermo acceso, e così, approfittando di un po' di silenzio e vena creativa, mi sono infilato ancora una volta tra le pagine telematiche del mio blog per lasciare l'ennesimo pensiero, che poi a fare il triangolino a bordo pagina, per lasciare il segno, ci pensate voi, no?

Durante l'ultima settimana sono successe diverse cose. Degne di nota.
Ho letto con piacere le parole della dottoressa Chicca (mi manchi anche tu... come facciamo?), e ancora prima della dottoressa Aspirina, che, mi dicono i più informati, pare abbia acquistato addirittura un paio di pantaloni "clowneschi" nuovi di zecca. Si riparte, eh?!
Sono tornati anche i Sassaresi. Ma dove vi eravate nascosti? Tra gli scogli del vostro splendido mare?

E come a Sassari, anche noi a Belluno abbiamo ricominciato... O, per meglio dire, stiamo per ricominciare. Giovedì la prima visita di settembre a Feltre, con le new entries dottoressa Potaci e dottoressa Saponetta, con le quali, io e il Paolino abbiamo affrontato il nido, carico di 20 nuove nascite ... venti! E poi di corsa in corsia a salutare M., con il quale abbiamo imparato un po' di dialetto di Valdobbiadene e costruito strani marchingegni e autovetture con il Lego ... il Lego! Un giorno gli dedico un post intero! Venerdì sera, ci siamo ritrovati tutti noi "palestinesi" (Stiv c'era, l'ho visto, non solo tra le foto, era lì con noi, credetemi!) invitati dal Comune e Pro Loco di San Gregorio nelle Alpi per raccontare ancora una volta la nostra esperienza in Palestina. Ospiti d'onore della serata, il dottor 'Baristo, la Dada e la Susanna! Infine tra qualche ora porremo la parola fine al tirocinio di una ventina di nostri amici, che in questi mesi ci hanno sopportato e soprattutto c'hanno fatto amare ancora di più il nostro essere dottor clown.

Infine... Infine questa mattina qualcuno mi ha domandato: "Ma tu come ti senti?". Avete presente la pioggia? io sono come la pioggia: se mi va, cado di traverso, e ti bagno lo stesso.

Un bacio.

Ah... 'spetta che concludo con una battuta che mi è venuta in mente oggi pomeriggio... Sapete cos'è una pecora col naso rosso? E' una pecora "clownata". E' mia giuro, è mia! Perdonatemi!



postato da cirillo alle 00:35 | link | commenti (1)