Venerdì arrivavo da una bella giornata, piuttosto stancante (alzataccia al mattino presto, viaggi in treno, camminate per Padova, ricorsa per prendere il treno, caldo caldo caldo, chiacchiere chiacchiere chiacchiere).
Pensavo di non riuscire alla fina ad andare in corsia. Ed invece, alle 18.05 ero già nello spogliatoio a cambiarmi co il dottor Paolina e la dottoressa Camomilla. Ah ... a proposito, sto realmente pensando di cambiare il mio nome di dottor clown, da dottor Cirillo a dottor Tisana alle erbe ... dite di no, eh?
Comunque, un venerdì euforico! Non bambini nelle stanze, a parte la piccola Sabrina che non ha fatto altro che sorridere al mio burattino spettinato Ciro, ma ragazzini, da medie superiori, come Annagiulia, Consuelo e Daniele. Con loro abbiamo chiacchierato, scherzato, abbiamo anche improvvisato un balletto della ballerina dello zar ... si sentiva nell'aria che avevamo voglia di sentirli ridere questi ragazzi, così lunghi che magari si chiederanno "che ci faccio alla sera in un letto così stretto?".
Daniele aveva una gran voglia di parlare di motori e Dream Theater. Annagiulia aveva voglia di andare a casa, ma una notte alla fine ha dovuta trascorrerla in ospedale. Consuelo aveva i punti vicino alla pancia, quindi per lei ridacchiava il papà.
Grazie ancora dottor Paolino. Grazie a te sto ancora ridendo ... e poi dicono delle alzatacce al mattino! Ma va, va!
Mi rimetto seduto dopo diverso tempo.
E con il passare del tempo, si sa, passano anche le persone, le sensazioni, le emozioni, e tutto ciò che ci va dietro. In queste settimane, come sempre, mi sono recato in corsia, e sono passato anch'io. Come tanti. Anzi, sto ancora passando, come dicono in un bel film. Tante le cose da ricordare in questo ultimo mese: gli occhi azzurri di Alessia, il nuovo camice colorato del dottor Paolino, le nostre rapide visite in ostetricia, la dottoressa Solfamì che se ne va a Roma al Convegno nazionale di cui han parlato giornali e televisioni, la nostra ultima riunione in cui dovevamo far le foto ... ma come sempre, il tempo passa.
Nel frattempo mi sono accorto di una cosa. In realtà ne ero già consapevole, ma ultimamente sembra non lasciarmi stare. Essere in contatto con persone malate, comincia ad assomigliare a una serie di schiaffi. Senza camice e naso rosso, ho incontrato negli ultimi giorni persone care e sconosciute, ognuna in situazioni difficili: chi, appena operato alla gola, comunica a gesti e mantiene il suo sorriso; chi da dieci anni soffre di silicosi; altre ancora soffrono perché stanno per perdere qualcuno di molto vicino. Ogni volta risalgo in auto, giro la chiave, guardo negli specchietti ... e mi fermo, ne approfitto per guardarmi in faccia ... e vedo che mi hanno appena rifilato uno schiaffo.
Cerco allora di mettermi nei panni di chi ho appena incontrato. Ma non ci riesco. Mi domando allora il mio ruolo. Mi domando se esiste realmente una forza d'animo interna ad ognuno che ci permette di superare difficoltà e sofferenze. Potrei tranquillamente girare la chiave e partire. Non farmi prendere da patemi d'animo o da ipocrisia cronica. Eppure ... si fa un gran parlare di utilità e inutilità, di menefreghismo e volontariato, di attenzione e di disattenzione. Chissà quante volte io stesso ho rifilato degli schiaffi. E quante volte invece mi hanno ripetuto : "Va bene aver attenzione per gli altri, ma ogni tanto prova a vivere per te stesso".
Non mi aspetto di ricevere grazie. E non mi piace compiangere e compiangermi. Di fronte ai problemi rifletto. Ci posso mettere anche un anno, ma non mi permetterò mai di alzare le spalle. Ma farti tu stesso dei problemi, mi domanderete, aiuti forse gli altri?
Non lo so. Non credo, ameno.
Ho capito per adesso che la malattia è uno schiaffo. Sia per chi se la sente addosso, sia per chi la osserva.