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martedì, agosto 17, 2004
Due serate completamente diverse, quelle della scorsa settimana, se non opposte. Un mercoledì infilati tra la gente, quasi anonimi, e un giovedì a tener testa a un gruppo di settanta bambini sotto una tenda da campeggio. Quale secondo voi la migliore? Mercoledì mi sono ritrovato più volte circondato da bimbi assatanati di palloncini, e alcuni volevano persino rubarmi il naso, ma a quest'ultima cosa ormai ci sono abituato ... chissà che non prenda il raffredore prima o poi, a forza di scoprirmi il naso! Un pò frastornato ho comunque trascorso una bella serata. Abbiamo movimentato un ambiente di per sé già movimentato. E' che a volte facevo fatica a sentirmi, a capire quel che avrei dovuto fare in determinati momenti ... Per quanto riguarda il campeggio, invece, visitato la sera dopo, devo dire, che per il sottoscritto, le cose sono andate meglio. Sarà stata la presenza dei bambini, o comunque il paesaggio e l'aria montana, che come si sa, fa un gran bene. Insomma, in cima a Pralongo si stava proprio bene. Qualcuno piangeva, di nostalgia, altri urlavano e gridavano, altri ancora, più coraggiosi, partecipavano ai giochi da noi proposti. Dire che mi sono divertito è riduttivo. So soltanto che da quando ho incontrato gli altri dottor clown, mi sento insieme a loro sempre meglio. Anche gustando una pasta e fagioli.
mercoledì, agosto 11, 2004
Ci aspettano due serate interamente dedicate ai bambini, oggi e domani. Questa sera c'infileremo nell'oratorio parrocchiale del mio paese, durante una cena conviviale, per tenere compagnia ai bimbi presenti. Domani, armati di scarponcini e zainetto, ce ne andiamo in campeggio, a far da disturbo a un gruppo numeroso di ragazzini, lontani da casa, e felici di starsene un pò tra le montagne.
La dottoressa Aia mi ha offerto il caffè ieri mattina. E' semplicemente gradevole incontrare persone che fino a qualche mese fa, sì, conoscevi, come si suol dire, di vista, e oggi invece ti andrebbe di raccontar loro un sacco di cose. Mi parlava di volontariato, la dottoressa Aia, di come a volte si senta a disagio in alcune situazioni, definiamole "teatrali". Non posso che darle ragione, mi sembra di averne già parlato anche in questo blog. In questo mese di agosto ci siamo presi una pausa. "Bella forza!", direte voi, "Guarda che i bambini in ospedale ci sono sempre, anche ad agosto". Certo, ma vi è mai capitato di dover un attimo lanciare in acqua l'ancora, sperando che tocchi e prenda il fondo al più presto. Abbiamo bisogno di riflettere. Abbiamo bisogno anche di distrarci un attimo da ciò che abbiamo vissuto negli ultimi cinque mesi. Abbiamo bisogno di ripensare a ciò che abbiamo fatto, e a ciò che stiamo facendo. Abbiamo bisogno di rivedere, quasi come fosse una serie di diapositive, i volti di chi abbiamo incontrato in questo ultimo periodo. Non dico che, facendo il dottor clown, la mia vita sia cambiata. Ho la certezza però di aver incontrato una serie di persone che con me condivide un percorso, una barca, tornando alla metafora precedente. Persone che valeva la pena incontare, e tenersi vicino.
E' una pausa la nostra, certo. Ma sappiamo bene quanto sia importante incontrarci, e, da quel che ho potuto notare, ogni scusa è quella buona.
mercoledì, agosto 04, 2004
In qualche post ormai datato, mi sembra di averlo scritto. Approfitto di un dubbio di qualche amica che mi ha scritto negli ultimi giorni, per mettere, come si suol dire, alcune cose in chiaro. Per evitare, insomma, che sorgano "incomprensioni" ... avrei voluto utilizzare un termine migliore, ma, badate bene, è mattina e sono concentrato su tutt'altro in questi giorni ...
Ci chiamiamo dottor clown. Ma non siamo dottori, medici, infermieri, chirurghi, ginecologi, specialisti, anestesisti, odontotecnici, ciarlatani e/o medici in prima linea tipo George Clooney. Siamo volontari, chi studente, chi lavoratore. Ovviamente, in reparto, indossiamo il camice insieme al naso rosso. Perché? Beh, io rispondo per quanto riguarda il sottoscritto: credo nel camice, nelle sue tasche e nel suo candore; il camice protegge da quella sensazione di "teatralità" che potrei in qualche modo assumere durante il mio operare e aiuta il bambino o il paziente a capire che, in qualche modo, lo sto aiutando a stare bene. Credo nel camice e il massimo rispetto per chi, in questa vita, ha avuto le capacità e le possibilità, non soltanto d'indossarlo, visto che impunemente lo faccio anch'io, ma di aprirlo, di viverlo, di portarlo in contatto e condividerlo con persone che hanno assoluta necessità di avere per coperta proprio una divisa di questo genere. Divisa ... non so nemmeno se definirlo tale ... il camice è un pò il grembiule della cuoca, che ci si asciuga e pulisce le mani, ma che le dà quel tocco di artigiana e di saggezza tra i fornelli ... oppure potrei paragonarlo al "toni" blu dell'operaio, necessario alla protezione del lavoratore, ma che se non è macchiato o sporco non lo vogliamo ... cioè, il camice per me rappresenta il medico ... non come persona, ma come conoscenza, capacità, professionalità, umanità ... il resto aggiungetelo voi.
Quindi, non sono un dottore, non sono un medico. Credo però, e l'ho già scritto, di non essere nemmeno un clown da circo. Ecco il perchè, quindi, questo voler bene, questa necessità di sentirsi addosso il camice. E poi, tutto deriva da Patch Adams, quest'uomo, che per primo ha capito quanto fosse importante sorridere e far sorridere in corsia. Lui studiava medicina. E nelle sale operatorie e tra i malati c'è stato veramente.
Non prendete quindi questo volersi chiamare "dottor clown" come una fregatura o un vanto personale. Credo sia fondamentale per chiunque si trovi in tale situazione, capire che non ci si trova su un palcoscenico, ma tra letti di ospedale. E che l'applauso magari non arriva. E nemmeno ci si può aspettare la richiesta di un bis. E che forse, del naso rosso, in alcuni momenti, si può anche far a meno: e così basta infilarlo in una delle tante tasche ... di un camice, bravi, indovinato.
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